In una delle sue più celebri battute, il comico Alessandro Siani dice: “Hanno alzato talmente tanto l’età pensionabile che per andare in pensione non ci vuole la terza età, ci vuole la reincarnazione!”
Diciamoci la verità: in Italia eravamo abituati bene.
Troppo bene.
Perché fino ai primi anni Ottanta, si poteva andare in pensione poco più che cinquantenni.
Un traguardo del quale andare poco fieri, raggiunto “grazie” a tante leggi accomodanti che consentivano di uscire dal mondo del lavoro ancora giovanissimi e che hanno fatto la felicità di chi le ha sfruttate, ma non di certo dei conti pubblici né delle generazioni a venire.
E così, il conto alla fine è arrivato.
Lo sta saldando in parte chi lavora, e lo farà in misura maggiore chi deve ancora iniziare. Come?
In due modi, sostanzialmente.
Il primo: andando in pensione più tardi, come ricordava anche la citazione con cui ho iniziato.
Il secondo: andando in pensione con meno.
Questa situazione vale per molte categorie professionali, ma per alcune…di più.
Ti voglio fare un breve riassunto dell’enorme mole di dati che la Ragioneria Generale dello Stato riporta ogni anno in un rapporto dedicato al Welfare e alla previdenza. Sono tanto importanti quanto noiosi, quindi lascia che ti faccia una sintesi.
Secondo le proiezioni ufficiali, nei prossimi anni dobbiamo aspettarci che:
-I lavoratori dipendenti vadano in pensione con un assegno che dovrebbe aggirarsi intorno al 60% rispetto all’ultimo stipendio (questo rapporto, in gergo, si chiama “tasso di sostituzione”);
-I lavoratori autonomi (in particolare commercianti, artigiani e agricoltori) smettano di lavorare con una pensione ancora più bassa, pari a circa il 45/50% rispetto all’ultimo reddito;
-Per entrambe queste categorie, l’età di pensionamento attualmente pari a 67 anni continui progressivamente ad innalzarsi, sulla base delle aspettative di vita.
Come dici? Trovi il quadro abbastanza deprimente?
Purtroppo, non ho finito, è che sto procedendo per gradi perché mi piacerebbe che tu arrivassi fino in fondo a questo articolo.
C’è infatti una particolare categoria di lavoratori autonomi che si guadagnerà la pensione ancora più tardi e con importi ancora più bassi.
Sto parlando dei liberi professionisti.
I numeri dicono che, per questa platea, le porte del pensionamento si apriranno anche a 70 anni. Con assegni riconosciuti dalla propria Cassa di appartenenza fino al 30% dell’ultimo reddito dichiarato.
Non 60%, non 50%. Ma 30%.
Forse sono dati che già conoscevi. O forse no.
In ogni caso, se sei un farmacista, un commercialista, un architetto, uno psicologo, continua a leggere.
Se rientri in queste categorie professionali, accertati di sapere davvero come stanno le cose.
Non voglio fartela troppo complicata, ma affinché tu capisca i motivi alla base di questa apparente contraddizione – che vedrà professionisti rinomati fare sempre più i conti con assegni non altrettanto prestigiosi, per usare un eufemismo – devo fare un passo indietro.
Nel 2011, tutti ricordano la riforma Fornero per gli esodati e i sacrifici richiesti a milioni di lavoratori. Pochi però sanno che quella riforma impattò in modo significativo anche sugli Enti di Previdenza dei liberi professionisti, le cosiddette Casse.
Senza entrare in inutili ed eccessivi dettagli tecnici, devi sapere che da allora le Casse devono rispettare requisiti patrimoniali estremamente stringenti.
In altre parole, lo Stato ha chiesto loro di rafforzare la propria solidità negli anni a venire.
Da un lato questo è senz’altro un bene, perché aumenta le probabilità che i liberi professionisti possano avere Enti di Previdenza più sani, forti e in grado di camminare sulle proprie gambe, senza aiuti esterni. Dall’altro lato, tuttavia, il rafforzamento patrimoniale passa dalle due condizioni che ho citato prima: lavorare più a lungo e pagare pensioni meno generose rispetto al passato.
Soprattutto la seconda.
E così, negli ultimi 15 anni, molte Casse hanno modificato il meccanismo di calcolo della pensione dei propri iscritti, passando dal vecchio metodo retributivo al più sostenibile ma meno generoso metodo contributivo.
Il che significa che la tua pensione dipenderà dalla quantità di contributi che hai versato in tutta la tua carriera.
E qua sta il vero nocciolo della questione.
Ti sei mai chiesto quanti contributi versi alla tua Cassa per la tua pensione?
Probabilmente, d’istinto, potresti rispondere “tanti”.
Proprio in questo momento, infatti, ti stanno passando davanti agli occhi tutti gli F24 che con elvetica puntualità ti tocca versare e che ti svuotano il conto.
In realtà, se ci pensi bene, non sono affatto così tanti. Anzi, sono decisamente pochi.
Pensa che un dipendente lascia all’INPS il 33% del suo reddito annuo lordo.
Un commerciante o un artigiano, il 24% circa.
Un libero professionista, molto meno.
Alcune Casse fanno versare ai propri iscritti il 15%, altre il 18%, altre ancora appena il 10% o il 12%.
Ora, ti chiedo: se un dipendente che versa un terzo del proprio reddito vedrà già una consistente riduzione della propria pensione rispetto agli standard del passato, quale potrà mai essere lo scenario atteso per un professionista che versa il 10% o poco più di quanto produce?
Alla luce di questi dati, ti è chiaro perché la tua Cassa ti pagherà una pensione estremamente povera, se confrontata a quanto guadagnavi in precedenza?
Adesso fermati un attimo a riflettere su di te.
Pensa agli anni dell’università, agli sforzi che hai profuso per costruire la tua professione e per conquistare clienti, a quanto è stata dura arrivare a certi traguardi.
Insomma, pensa alla fatica che hai fatto e che ancora farai per regalare a te e alle persone per te più importanti una certa serenità economica.
Già, ma questa serenità…Come pensi possa essere mantenuta, quando smetterai di lavorare e le entrate alle quali ti sei abituato non ci saranno più?
Quanto conta, per te, che la terza età diventi davvero quel periodo in cui potrai goderti riposo, passioni, famiglia ed amici?
Perché diciamoci le cose in modo chiaro, alla faccia dell’ipocrisia:
I soldi non garantiscono la felicità, ma la loro assenza ne complica molto il raggiungimento.
Sono certo di poterti aiutare a costruire quella serenità e quel benessere previdenziale che ti sei meritato ma che non ti sei ancora conquistato, a causa delle trasformazioni che stiamo attraversando e che ho cercato di descriverti.
Insieme potremo capire meglio quali prestazioni ti riserverà il tuo ente previdenziale.
Le Casse non sono tutte uguali, al contrario ciascuna si contraddistingue per caratteristiche proprie che vanno studiate, analizzate e di fronte alle quali occorre rispondere con un piano personalizzato. Unico. Fatto su misura per te.
Parliamone, per trovare la soluzione migliore e riposizionare la tua previdenza sulla strada giusta.
