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Area Investimenti

BTP Italia: come funziona?

Buongiorno, , è tornato sul mercato il BTP Italia, il titolo di Stato indicizzato all’inflazione che in tanti considerano una scelta sicura per i propri risparmi. Ma… sai davvero come funziona? Anche se può sembrare semplice, il BTP Italia è uno strumento più tecnico di quanto si creda. Ecco cosa c’è da sapere. 🔍 Cos’è il BTP Italia? È un titolo indicizzato all’inflazione italiana (indice FOI, al netto dei tabacchi). Sia la cedola che il capitale si rivalutano in base all’andamento di questo indice. 🔹 Cedola semestrale indicizzata🔹 Capitale rivalutato🔹 Premio fedeltà dell’1% per chi lo tiene fino a scadenza🔹 Fiscalità agevolata (12,5%)🔹 Esente da imposta di successione e ISEE fino a 50.000 € 🧮 Come si calcola la cedola? Formula della cedola semestrale:Cedola = Capitale Nominale * (Tasso cedolare annuale / 2) * Coefficiente di Indicizzazione (CI) Il CI si ottiene confrontando l’indice FOI attuale con quello di partenza. Se l’inflazione sale, il CI supera 1 e si rivaluta sia la cedola che il capitale. 💡 Esempio pratico Supponiamo di investire 100.000 € e che l’inflazione nel semestre sia del 3% (FOI da 121,39 a 125,03): Voce Valore Capitale nominale 100.000 € Tasso cedola annuale 1,85% Coeff. di Indicizzazione (CI) 1,03 Cedola semestrale calcolata 952,75 € Rivalutazione capitale 3.000 € Totale incasso semestre: **3.952,75 €** ✅ Vantaggi ✔ Protezione dall’inflazione✔ Cedola minima garantita anche in caso di deflazione✔ Premio fedeltà✔ Capitale rivalutato e pagato subito✔ Vantaggi fiscali ⚠️ Attenzioni da non trascurare 1. Non è un tasso fisso: se l’inflazione scende, le cedole calano.2. Protezione ≠ rendimento: se l’inflazione è bassa, altri strumenti possono rendere di più.3. L’indice FOI è conservativo, meno reattivo di altri (es. IPCA).4. Rendimento limitato se i tassi scendono.5. Rischio Paese: resta un titolo legato al debito italiano. 📌 In conclusione Il BTP Italia può essere una buona scelta, ma non è adatto a tutti. Serve inserirlo in una strategia personalizzata, costruita sui tuoi obiettivi reali. Se vuoi parlarne insieme per capire se fa al caso tuo,  sono a tua disposizione per un confronto certa che ci sono alternative che possono essere valutate con una diversificazione piu’ ampia, Io ci sono, un caro saluto. Laura 

Area Previdenza

Quanto conviene la previdenza complementare per la tua azienda?

Da anni, ti fai in quattro per far crescere in modo sano e sostenibile l’azienda che hai costruito.Cerchi di farlo nonostante sul tuo cammino devi costantemente misurarti con numerosi ostacoli fatti di burocrazia, imposte, concorrenza, mercati in perenne metamorfosi e altri imprevisti di ogni tipo.Tutto questo sottraendo tempo ed energie ai tuoi affetti, senza avere alcuna garanzia che simili rinunce possano generare poi quel ritorno, anche economico, che ti meriteresti.In quello che fai non esiste una chiara linea di demarcazione tra lavoro e tutto il resto, perché prima di tutto si è imprenditori dentro. Nel modo di pensare, di decidere, di vivere.Ti porti dentro la delusione per qualcosa che non è andato come speravi, l’emozione per aver raccolto una nuova sfida, l’entusiasmo per aver raggiunto un importante traguardo.Che tu sia il titolare di un piccolo negozio o di una grande azienda, che tu abbia pochi o tanti collaboratori nella tua squadra, sono sicuro che queste parole descrivono almeno una parte della tua esperienza.E lo sai perché?Perché queste sensazioni le vivo anch’io ogni giorno.Come consulente finanziario e patrimoniale faccio tutto ciò che è in mio potere per fare esattamente quello che fai tu, ogni giorno, da imprenditore: entrambi proviamo a dare una mano ai nostri clienti.Cerchiamo di fare qualcosa che sia utile, apprezzato, concreto. Vogliamo portare valore, migliorare la vita delle persone che incontriamo. Ed è esattamente questo che vorrei fare oggi con te. Vorrei chiederti di dedicare pochi minuti a questa lettura, di arrivare fino in fondo per capire come posso portarti un vantaggio immediato.Un vantaggio che probabilmente ancora non hai sfruttato perché sei preso da mille cose da fare e perché nessuno te lo ha mai detto.Se sei un imprenditore, se vuoi mettere in tasca ai tuoi dipendenti più soldi e soprattutto e vuoi essere il primo a risparmiarne parecchi, allora leggi che cosa ho da dirti.Voglio iniziare col farti qualche domanda.In questi anni di attività, quante volte ti sei trovato a dover gestire le richieste dei dipendenti in merito al loro TFR?Se ti chiedessi quanto ti è costata ogni anno questa voce, sapresti dirmelo?E se ti domandassi quanto pesa tale voce sul tuo bilancio, cosa mi risponderesti?Partiamo da una semplice ma importantissima constatazione: Per la tua azienda, il TFR è un debito. Anche se lo hai utilizzato come se niente fosse dicendoti che “quando me lo chiederanno ci penserò”.Anche se non hai mai agito per ottimizzarlo in tutti questi anni, e anche se sei riuscito finora a gestire senza problemi le richieste che i tuoi dipendenti hanno avanzato, è venuto il momento di capire in che modo una gestione efficiente di questo debito può farti risparmiare soldi, tempo e pensieri.Siccome le leggi che disciplinano il funzionamento del TFR sono tutt’altro che semplici, provo a semplificare con un esempio.Consideriamo un’azienda nella quale lavorano 20 dipendenti, con un costo medio della retribuzione pari a 25.000 euro ciascuno.In totale si tratta dunque di 500.000 euro di stipendi lordi.Siccome il TFR accantonato è paria 6,91% del montante retributivo complessivo, stiamo parlando di 34.550 euro di debito contratto ogni anno dall’azienda nei confronti dei propri collaboratori.Questo flusso di denaro può seguire sostanzialmente due strade.La prima, rimanere in azienda e seguire le norme stabilite dal Codice Civile.La seconda, essere destinato ai fondi pensione.In questa seconda ipotesi, la legge prevede regole diverse.Soprattutto, prevede dei vantaggi. Per chi lavora e per chi dà lavoro.In particolare, definisce una serie di agevolazioni di vario tipo per compensare l’azienda del danno derivante dalla perdita, dalla fuoriuscita di queste risorse finanziarie all’esterno della propria organizzazione.Provo adesso a sintetizzarti e a quantificarti questi vantaggi di cui l’azienda può beneficiare.Ce ne sono almeno quattro. Primo vantaggio: meno soldi all’INPS Abitualmente, ogni azienda deve versare una somma di denaro al fondo di garanzia dell’INPS.Si tratta, in sostanza, di un versamento che ha una funzione solidaristica e precauzionale, visto che questi contributi vengono utilizzati in caso di bisogno per pagare le spettanze dei lavoratori di aziende in crisi o sull’orlo del fallimento.Ebbene, questo contributo non è dovuto per l’azienda che versa il TFR dei dipendenti ad un fondo pensione.Stiamo parlando dello 0,20% del montante retributivo lordo complessivo: monetizzando, 0,20% x 500.000 = 1.000 euro. Secondo vantaggio: nessun rendimento sulle somme accantonate Ogni lavoratore che lascia il proprio TFR in azienda ha diritto di ricevere un rendimento.Il Codice Civile stabilisce che questa remunerazione sia la somma di una parte fissa (1,5%) e di una parte variabile derivante dall’inflazione. Negli ultimi 10 anni, in media, il tasso di rivalutazione è stato pari al 2,4%.Sui 34.550 euro di TFR accantonato ogni anno dall’azienda protagonista del nostro esempio, il costo medio si aggira dunque intorno a 830 euro all’anno.Se però i risparmi relativi alla liquidazione fossero destinati alla previdenza complementare, il riconoscimento finanziario non spetterebbe più all’azienda, ma al fondo pensione.Con conseguente risparmio della cifra appena indicata. Terzo vantaggio: meno imposte da pagare Per le aziende che versano la quota di TFR dei dipendenti ad un fondo pensione e che hanno meno di 50 dipendenti, è prevista una deduzione dal reddito d’impresa pari al 6% del flusso accantonato.In sostanza, si riduce la base su cui vengono calcolate le imposte e l’effetto concreto è di pagarne meno.Nella fattispecie, il reddito dell’impresa sarà abbattuto di 6% x 34.550 = 2.073 euro.Siccome sul reddito delle aziende normalmente grava l’imposta chiamata IRES la cui aliquota è pari al 24%, il reale vantaggio è quantificabile in 2.073 x 24% = 498 euro circa. Quarto vantaggio: meno contributi da pagare Infine, la legge stabilisce che venga riconosciuta anche una riduzione sui cosiddetti oneri impropri, ovvero su quegli obblighi contributivi che gravano sulle aziende e che vengono generalmente destinati ad ammortizzatori sociali o a misure di sostegno al reddito.Nella fattispecie, il legislatore ha fissato un’esenzione pari allo 0,28% del montante retributivo totale. Quindi, volendo quantificare anche in questo caso il risparmio per l’azienda, si tratta di 0,28% x 500.000 = 1.400 euro.Se ti sei perso in mezzo a tutti questi dati, è arrivato il momento di fare un rapido riassunto.In totale, se l’azienda protagonista

Area Previdenza

I fondi pensione e le due caratteristiche che miglioreranno la tua vita (se le sfrutti)

Nel 2025 i fondi pensione sono diventati maggiorenni.Sono passati ben 18 anni da quando entrò in vigore quella riforma che, nel settore, fu accolta con rullo di tamburi e squilli di trombe tant’erano alte le aspettative.La convinzione era che ci potesse essere davvero una svolta nell’adesione di lavoratrici e lavoratori a queste forme di risparmio, ideate e realizzate appositamente per integrare quella pensione che già allora si sapeva sarebbe diventata un problema in futuro.E invece, non ci fu nessuna marcia trionfale.Non ci fu e non c’è tuttora.Molte indagini rivelano oggi che la questione pensionistica è avvertita dalla netta maggioranza delle persone, che dicono di essere consapevoli del fatto che gli assegni di cui beneficeranno in futuro saranno molto più poveri di quelli riconosciuti ai loro genitori e nonni. Secondo una ricerca condotta nel 2024 da una nota casa di investimento, 9 intervistati su 10 considerano il reddito pensionistico futuro un problema. Le persone sono spaventate dalla pensione che (non) prenderanno. Eppure, a fine 2024, sono meno di 10 milioni gli aderenti a forme di previdenza complementare. E se consideriamo il fatto che molti di questi hanno una posizione in essere che non è alimentata da nuovi versamenti, la platea di pubblico “pagante” e realmente proattivo si restringe di parecchio.In altri termini: il problema è percepito, le soluzioni no.Come mai?Semplificando e riassumendo, la stessa ricerca che ho menzionato sopra dice che il principale ostacolo è sostanzialmente uno: gli italiani non conoscono i fondi pensione.Non sanno bene cosa siano.Non hanno chiaro il loro funzionamento, ma soprattutto non hanno chiari i vantaggi che dovrebbero spingerli a sottoscriverli.Insomma, perché aderire a un fondo pensione che non so bene cosa sia quando posso comprarmi un appartamento da affittare e da cui ottenere una rendita integrativa?O banalmente, perché non preferire anche semplici investimenti finanziari come, ad esempio, i cari e vecchi BTP, piuttosto che complicarmi la vita in strumenti di cui ignoro le caratteristiche?Sembrano essere questi i dubbi che attanagliano i tanti concittadini che si tengono ancora oggi alla larga da quelle soluzioni che, per antonomasia, dovrebbero essere scelte in logica previdenziale.Se anche a te queste obiezioni sembrano sensate, se le perplessità che ho appena descritto sono anche le tue, allora non ti resta che leggere con attenzione quello che sto per dirti.Comincio con una piccola premessa, forse scontata ma assolutamente doverosa: anche i fondi pensione, come qualsiasi altro possibile investimento, non sono perfetti. Devono essere valutati e scelti con attenzione, perché uno non vale l’altro.Detto questo, potrei elencarti molti motivi per cui non dovresti esitare un istante in più ad averne uno, oppure – se già lo possiedi – ad alimentarlo in modo più convinto e sereno.Potrei davvero soffermarmi su molti aspetti.Ma ne scelgo soltanto due.Due aspetti che, se compresi, non possono che rappresentare un incentivo enorme ad andare in questa direzione.Sei pronto? E allora forza, partiamo.Il primo punto di attenzione riguarda un tema che avrai sentito più o meno distrattamente chissà quante volte, ma che forse nessuno ti ha mai spiegato bene: la fiscalità agevolata dei fondi pensione.Vediamo se riesco nell’arduo compito di descriverti in modo al tempo stesso semplice ed esauriente come funziona.Se ci pensi un attimo, il denaro che dedichi al fondo pensione attraversa tre fasi distinte: viene prima versato, poi rimane investito e infine viene utilizzato.Ebbene, ho una cosa importante da dirti. In ciascuna di queste fasi ci sono dei vantaggi fiscali che ti aspettano. Anzitutto, l’importo che versi è interamente deducibile fino a 5.164 euro l’anno (sì, corrispondono a dieci milioni di lire, il legislatore è ancora un po’ nostalgico nei confronti del vecchio conio).Questo significa, semplificando, che, se hai un reddito di 40.000 euro lordi e versi 5.000 euro al tuo fondo pensione pagherai imposte su 35.000 euro. E visto che la percentuale IRPEF su questa fascia di reddito è del 35%, è come trovarsi in tasca 5.000 x 35% = 1.750 euro in più.Uno stipendio in più, una sorta di quattordicesima. Ogni anno. Non male, vero?Una volta nel fondo, il denaro lavora per te. È investito nei mercati finanziari, dove il rendimento che produce viene chiaramente tassato, ma comunque meno di quanto accade negli investimenti tradizionali: il 20%, piuttosto che il 26%.E se ti sembra tanto rispetto al 12,5% che viene applicato sui profitti derivanti da BTP e altri titoli di stato, sappi che anche nei fondi pensione funziona allo stesso modo, se il denaro è investito in questi strumenti. Quindi, per farla semplice, stessa aliquota fiscale sui titoli di stato e aliquota più bassa su tutto il resto.Infine, quando un giorno chiederai di avere indietro il tuo risparmio previdenziale perché finalmente sei andato in pensione, anche in questo caso la tassazione sarà favorevole.Il gruzzolo finale, infatti, viene tassato al 15%. Tuttavia, se nel fondo pensione ci sei rimasto a lungo (oltre 15 anni), l’aliquota scende fino ad un minimo del 9%.Se sei un lavoratore dipendente, fai un rapido confronto tra questa fiscalità e quella applicata al tuo TFR custodito in azienda: in quest’ultimo caso lo Stato ti chiede un dazio molto più salato, che in molte occasioni può superare il 30%.Ricapitolando: quando versi hai credito fiscale che finisce dritto sul tuo conto corrente, sotto forma di rimborso nella dichiarazione dei redditi. Quando investi, il rendimento che il fondo genera subisce una tassazione mediamente più bassa di quella applicata negli investimenti tradizionali. E in sede di prestazione finale, il pedaggio richiesto è nettamente inferiore rispetto a quello applicato in genere alle più classiche forme di liquidazione pensionistica (TFR).Ti sembra ora più chiaro, il profilo fiscale dei fondi pensione?E soprattutto, lo trovi sufficientemente attraente?Dovrebbe esserlo, ma se così non fosse allora lascia che passi al secondo aspetto che sarà in grado di migliorare il tuo benessere previdenziale.Ancor più del primo. Già, perché pagare meno tasse piace a tutti, ma c’è qualcosa che fa i tuoi interessi più degli euro che non devi versare al Fisco.Sto parlando di una caratteristica tipica dei fondi pensione: il vincolo.No, non sono impazzito (non ancora, almeno).Lo so che questa parola ha un sapore

Area Previdenza

Quale pensione ti darà la tua Cassa?

In una delle sue più celebri battute, il comico Alessandro Siani dice: “Hanno alzato talmente tanto l’età pensionabile che per andare in pensione non ci vuole la terza età, ci vuole la reincarnazione!”Diciamoci la verità: in Italia eravamo abituati bene.Troppo bene.Perché fino ai primi anni Ottanta, si poteva andare in pensione poco più che cinquantenni.Un traguardo del quale andare poco fieri, raggiunto “grazie” a tante leggi accomodanti che consentivano di uscire dal mondo del lavoro ancora giovanissimi e che hanno fatto la felicità di chi le ha sfruttate, ma non di certo dei conti pubblici né delle generazioni a venire. E così, il conto alla fine è arrivato. Lo sta saldando in parte chi lavora, e lo farà in misura maggiore chi deve ancora iniziare. Come?In due modi, sostanzialmente.Il primo: andando in pensione più tardi, come ricordava anche la citazione con cui ho iniziato.Il secondo: andando in pensione con meno.Questa situazione vale per molte categorie professionali, ma per alcune…di più.Ti voglio fare un breve riassunto dell’enorme mole di dati che la Ragioneria Generale dello Stato riporta ogni anno in un rapporto dedicato al Welfare e alla previdenza. Sono tanto importanti quanto noiosi, quindi lascia che ti faccia una sintesi.Secondo le proiezioni ufficiali, nei prossimi anni dobbiamo aspettarci che:-I lavoratori dipendenti vadano in pensione con un assegno che dovrebbe aggirarsi intorno al 60% rispetto all’ultimo stipendio (questo rapporto, in gergo, si chiama “tasso di sostituzione”);-I lavoratori autonomi (in particolare commercianti, artigiani e agricoltori) smettano di lavorare con una pensione ancora più bassa, pari a circa il 45/50% rispetto all’ultimo reddito;-Per entrambe queste categorie, l’età di pensionamento attualmente pari a 67 anni continui progressivamente ad innalzarsi, sulla base delle aspettative di vita.Come dici? Trovi il quadro abbastanza deprimente?Purtroppo, non ho finito, è che sto procedendo per gradi perché mi piacerebbe che tu arrivassi fino in fondo a questo articolo.C’è infatti una particolare categoria di lavoratori autonomi che si guadagnerà la pensione ancora più tardi e con importi ancora più bassi.Sto parlando dei liberi professionisti.I numeri dicono che, per questa platea, le porte del pensionamento si apriranno anche a 70 anni. Con assegni riconosciuti dalla propria Cassa di appartenenza fino al 30% dell’ultimo reddito dichiarato. Non 60%, non 50%. Ma 30%. Forse sono dati che già conoscevi. O forse no.In ogni caso, se sei un farmacista, un commercialista, un architetto, uno psicologo, continua a leggere.Se rientri in queste categorie professionali, accertati di sapere davvero come stanno le cose.Non voglio fartela troppo complicata, ma affinché tu capisca i motivi alla base di questa apparente contraddizione – che vedrà professionisti rinomati fare sempre più i conti con assegni non altrettanto prestigiosi, per usare un eufemismo – devo fare un passo indietro.Nel 2011, tutti ricordano la riforma Fornero per gli esodati e i sacrifici richiesti a milioni di lavoratori. Pochi però sanno che quella riforma impattò in modo significativo anche sugli Enti di Previdenza dei liberi professionisti, le cosiddette Casse.Senza entrare in inutili ed eccessivi dettagli tecnici, devi sapere che da allora le Casse devono rispettare requisiti patrimoniali estremamente stringenti.In altre parole, lo Stato ha chiesto loro di rafforzare la propria solidità negli anni a venire.Da un lato questo è senz’altro un bene, perché aumenta le probabilità che i liberi professionisti possano avere Enti di Previdenza più sani, forti e in grado di camminare sulle proprie gambe, senza aiuti esterni. Dall’altro lato, tuttavia, il rafforzamento patrimoniale passa dalle due condizioni che ho citato prima: lavorare più a lungo e pagare pensioni meno generose rispetto al passato.Soprattutto la seconda.E così, negli ultimi 15 anni, molte Casse hanno modificato il meccanismo di calcolo della pensione dei propri iscritti, passando dal vecchio metodo retributivo al più sostenibile ma meno generoso metodo contributivo.Il che significa che la tua pensione dipenderà dalla quantità di contributi che hai versato in tutta la tua carriera.E qua sta il vero nocciolo della questione. Ti sei mai chiesto quanti contributi versi alla tua Cassa per la tua pensione? Probabilmente, d’istinto, potresti rispondere “tanti”.Proprio in questo momento, infatti, ti stanno passando davanti agli occhi tutti gli F24 che con elvetica puntualità ti tocca versare e che ti svuotano il conto.In realtà, se ci pensi bene, non sono affatto così tanti. Anzi, sono decisamente pochi.Pensa che un dipendente lascia all’INPS il 33% del suo reddito annuo lordo.Un commerciante o un artigiano, il 24% circa.Un libero professionista, molto meno.Alcune Casse fanno versare ai propri iscritti il 15%, altre il 18%, altre ancora appena il 10% o il 12%.Ora, ti chiedo: se un dipendente che versa un terzo del proprio reddito vedrà già una consistente riduzione della propria pensione rispetto agli standard del passato, quale potrà mai essere lo scenario atteso per un professionista che versa il 10% o poco più di quanto produce?Alla luce di questi dati, ti è chiaro perché la tua Cassa ti pagherà una pensione estremamente povera, se confrontata a quanto guadagnavi in precedenza?Adesso fermati un attimo a riflettere su di te.Pensa agli anni dell’università, agli sforzi che hai profuso per costruire la tua professione e per conquistare clienti, a quanto è stata dura arrivare a certi traguardi.Insomma, pensa alla fatica che hai fatto e che ancora farai per regalare a te e alle persone per te più importanti una certa serenità economica.Già, ma questa serenità…Come pensi possa essere mantenuta, quando smetterai di lavorare e le entrate alle quali ti sei abituato non ci saranno più?Quanto conta, per te, che la terza età diventi davvero quel periodo in cui potrai goderti riposo, passioni, famiglia ed amici?Perché diciamoci le cose in modo chiaro, alla faccia dell’ipocrisia: I soldi non garantiscono la felicità, ma la loro assenza ne complica molto il raggiungimento. Sono certo di poterti aiutare a costruire quella serenità e quel benessere previdenziale che ti sei meritato ma che non ti sei ancora conquistato, a causa delle trasformazioni che stiamo attraversando e che ho cercato di descriverti.Insieme potremo capire meglio quali prestazioni ti riserverà il tuo ente previdenziale.Le Casse non sono tutte uguali, al contrario ciascuna si contraddistingue per caratteristiche proprie che vanno studiate,

Area Protezione

“Quanto mi costa la polizza?” è la peggior domanda che tu possa farti

Ormai è una garanzia.Ogni volta che sei in macchina con la radio accesa o che sei a casa e ascolti il telegiornale, il tenore delle informazioni che ti giungono all’orecchio è di una fastidiosa prevedibilità.Secondo numerose ricerche internazionali, fino al 90% delle notizie riporta eventi negativi.Perché la notizia è tale quando è negativa, si sa.Le good news non se le ricorda nessuno o quasi, mentre quelle cattive rimangono ben impresse e il nostro cervello apre i cassetti mentali che le contengono molto più frequentemente di quanto non faccia con le notizie buone.Un po’ come quando vai al ristorante e mangi dieci volte bene, non fa notizia.Ma se l’undicesima mangi male, te la ricordi. Eccome se te la ricordi.Magari concedi al locale un’altra opportunità (forse), ma di certo una volta in cui mangi male vale molto di più di una volta in cui mangi bene.Che i media calchino la mano su accadimenti più o meno disgraziati, è risaputo.Che con un incidente, le conseguenze di un’ondata di maltempo o le vicende di cronaca nera ci si ricami molto se non troppo a lungo, è risaputo.Detto tutto questo, è altrettanto risaputo anche un altro aspetto: le cose succedono.Succedono le cose belle, e per fortuna molto più spesso di quanto non ci si faccia caso.Ma succedono anche le cose brutte.Non ti sto dicendo niente che già non conosci, lo so.Conosci tutto questo talmente bene che chissà quante volte ti sarai ripetuto una frase. “Devo fare qualcosa”. Quando senti di alluvioni, esondazioni e grandinate che distruggono le case degli altri e tu non hai ancora pensato a mettere in sicurezza la tua, sai che dovresti fare qualcosa.Quando senti di incidenti e problemi seri che entrano a gamba tesa nella vita degli altri stravolgendola e tu non hai ancora agito per limitarne le conseguenze dovesse toccare a te, sai che dovresti fare qualcosa.Sai benissimo che dovresti fare qualcosa, che servirebbe intervenire, che star fermi è sbagliato, ma la mente umana è per certi versi diabolica: appena quello stimolo esterno che ti ha portato a fare una riflessione profonda su di te si allenta, la percezione di urgenza che avevi prima scompare.Metti la questione in coda, insieme a un sacco di altre cose.Poi magari capita che, un giorno, torni sull’argomento.Non perché ti succede qualcosa (per fortuna!), ma semplicemente perché ne parli con un collega, un amico, in famiglia, o perché te lo ricorda una pubblicità che vedi in tv.E con la mente ritorni a quando ti dicevi “devo fare qualcosa”.Non ami particolarmente le assicurazioni, ma soprattutto non ami l’idea di dover incrementare ulteriormente con il premio della polizza la tua già nutrita lista di uscite ricorrenti.C’è il mutuo, il piano di risparmio, le bollette, la paghetta dei ragazzi, le loro attività, e poi c’è la pay-tv per le partite e i film, a cui magari si somma la pizza con la famiglia o la gita fuori porta con gli amici…Insomma bisogna pur vivere e togliersi anche qualche piccola soddisfazione, no?Ma torniamo all’assicurazione che sai di dover fare ma per la quale ti scoccia terribilmente spendere.Ed ecco che, parlando con chi l’ha già fatta o navigando per il web ti fai la più classica delle domande. “Quanto mi costa la polizza?” Vorrei dirti subito una cosa: questa domanda è del tutto legittima e naturale.Me la sono fatta innumerevoli volte e continuerò a farlo in futuro a proposito di mille cose: quanto mi costa una cena, un abito, una vacanza, una macchina. Qualsiasi bene o servizio ha un costo e, prima di tirar fuori dei soldi che nessuno ci regala, vogliamo capire se ne vale la pena.Se la differenza tra il beneficio percepito dall’acquisto e il costo sopportato per farlo restituisce un saldo positivo. Un vantaggio, qualcosa di utile.Ripeto, è normale che sia così: non vivo su Marte e ti capisco perfettamente.Allo stesso modo, devo però dirti che questo dubbio così lecito e genuino rischia di trasformarsi in un errore gravissimo.Se ti portasse a setacciare l’intero mercato alla ricerca della polizza che costa meno, potrebbe essere un errore gravissimo.Se, ancora peggio, ti portasse a desistere dalla sottoscrizione del contratto in quanto eccessivamente oneroso, potrebbe essere un errore gravissimo.Ma facciamo un passo alla volta, senza fretta.Prima di procedere all’acquisto di un bene o servizio, farsi fare più preventivi da più interlocutori è un’ottima idea ad una condizione: che l’oggetto del contendere sia lo stesso identico bene o servizio.E nel mondo assicurativo, questo requisito è molto raro.Tranne che in alcuni casi, le polizze sono tra loro molto diverse. SEMPRE.La polizza sulla casa fatta con la Compagnia Alfa o la Compagnia Gamma non sarà mai la stessa.Solo per farti qualche esempio: in caso di incidente, la prima potrebbe indennizzarti tutto il danno mentre la seconda soltanto una parte; la prima potrebbe prevedere un ventaglio di coperture molto più ampie mentre la seconda circoscriverne la tutela; la prima potrebbe estendere i propri effetti a danni accessori mentre la seconda potrebbe escluderli.Insomma, la prima potrebbe essere certamente più gratificante della seconda, nel malaugurato caso dovessi subire un sinistro. Come potrebbe avere lo stesso prezzo? In sintesi, la raccomandazione che ti faccio è semplice ma estremamente importante: prima di chiederti quanto costa l’assicurazione e di inseguire improbabili offerte in ogni angolo del web, chiediti come deve essere fatto quel contratto per rispondere alle tue esigenze e mettere in sicurezza il tuo patrimonio.Il secondo rischio dietro al tema del costo è, come ti dicevo, ancora più insidioso e potenzialmente controproducente: non far niente, rimandare, procrastinare, trovando un alibi perfetto per farlo.“Non me lo posso permettere, costa troppo”.Certo, sono il primo a dirti che alcune coperture assicurative non sono alla portata di tutti.Sono il primo a dirti che in ogni famiglia ci sono degli equilibri finanziari da rispettare, e che anche volendo non si può dar seguito a qualsiasi desiderio, fosse anche nobile e lungimirante.Mi permetto però anche di farti riflettere su qualche altro aspetto.Pensa per un attimo a quello che hai costruito in questi anni: la tua famiglia, la tua posizione professionale, la tua casa,

Area Protezione

Come diventare finanziariamente invulnerabile

Achille, il più grande guerriero della mitologia greca, sembrava invincibile.Secondo il mito, per donargli questo potere la madre lo immerse appena nato nelle acque del fiume Stige tenendolo per il tallone.Nessuna lama, nessuna freccia poteva scalfirlo… tranne in quell’unico, periferico e apparentemente innocuo punto che non era stato bagnato dall’acqua magica.Un piccolo dettaglio a causa del quale è bastata una ferita al tallone per trasformare e la sua leggenda in tragedia.Sai perché te lo racconto?Lo faccio perché in tutti questi anni di esperienza come consulente finanziario e patrimoniale ho incontrato molti Achille.Molte persone che pensavano di essere finanziariamente invincibili e che non riuscivano a vedere i propri punti deboli, i quali difficilmente si limitavano al tallone e il più delle volte si estendevano a tante altri parti del corpo, per rimanere nella metafora.Ti sei mai fermato a ragionare su questo?Hai mai pensato che forse anche tu, senza rendertene conto, hai un “tallone d’Achille” finanziario?Lo so che è sempre molto difficile fare introspezione in modo del tutto onesto ed ammettere le proprie fragilità.Così come credo di sapere quanto sia delicato questo tema, e quanto poco ci voglia per essere investiti da un uragano di emozioni contrastanti che alla fine ti portano a dire: “Ma devo proprio pensare ai problemi anche quando non ci sono? Non bastano quelli con cui devo fare i conti ogni giorno?”Insomma, l’alibi perfetto per non pensare a queste cose è lì, a portata di mano.Ma la verità è che tu sai quanto sia importante affrontare l’argomento.Per questo te ne parlo. Perché tu ci rifletta nel modo giusto, senza eccessi ed esasperazioni, ma al contempo senza dimenticare i fatti e le evidenze che ti sto per raccontare e che qualsiasi altro consulente ha vissuto, esattamente come me, nel tentativo di supportare i propri clienti.Continuo ad incontrare ogni giorno persone che scandiscono la propria vita in modo estremamente regolare: lavorano, risparmiano e si impegnano a costruire il miglior futuro possibile per sé e gli affetti più cari.Persone convinte di avere tutto sotto controllo.Grazie alla fatica e ai sacrifici di decenni molte tra loro riescono nel tempo a raggiungere obiettivi ragguardevoli ed ambiziosi.Tuttavia, ce ne sono altre meno fortunate.Persone che magari si sono comportate allo stesso modo.Sempre finanziariamente attente, virtuose, lungimiranti.Alle quali, però, a un certo punto succede qualcosa che rivela una inaspettata fragilità. L’imprevisto non avvisa, non sceglie e non fa sconti. Non solo: l’imprevisto ha un incredibile ventaglio di forme possibili.Può colpire, ad esempio, il patrimonio delle persone.E in Italia, questo patrimonio ha quasi sempre un nome: la casa.Non hai idea di quante volte mi sono trovato davanti persone sorprendentemente camaleontiche, relativamente al concetto di rischio.Erano spaventatissime ad ogni correzione di mercato, tormentate dalla volatilità nonostante avessero investito in modo estremamente diversificato e prudente, mentre poi trasformavano quella preoccupazione in apparente indifferenza quando si parlava di dedicare la stessa attenzione alla propria casa.Persone sofferenti per somme modeste investite correttamente e per le quali temevano le cose peggiori, e al tempo stesso praticamente insensibili di fronte ad eventi sempre più probabili che avrebbero potuto mettere in ginocchio la loro abitazione del valore di centinaia di migliaia di euro, spesso sprovvista di una qualsiasi forma di assicurazione o, nella migliore delle ipotesi, mal assicurata.Ti sembra strano o addirittura impossibile? Eppure, lo dicono i numeri: secondo gli ultimi dati ufficiali, appena 6 case su 100 sono protette nei confronti di eventi climatici estremi, in un Paese dove 3 abitazioni su 4 sono esposte ad un elevato rischio idro-geologico.Ma l’imprevisto può rivelarsi ancora peggiore, quando si abbatte sulle persone, e non “solo” sul loro patrimonio.Anche in questo caso, troppe volte mi è capitato di assistere a situazioni dove un evento inatteso è stato capace di vaporizzare gli sforzi di una vita.Perché questo è quello che accade: si fa tanta fatica a costruire, e ci vuole niente per distruggere. Il denaro sale con le scale, ma scende con l’ascensore. Un infortunio o una malattia possono costringere a stare lontano dal lavoro per molto tempo, e in un attimo le entrate che davi per scontate potrebbero ridursi drasticamente, lasciandoti senza risorse sufficienti per far fronte alle spese quotidiane.Non vado oltre nel farti altri esempi perché sono certo che tu abbia chiarissima la questione.Chi fa il mio mestiere troppe volte è concentrato unicamente su strategie, mercati e strumenti in grado di far lievitare il patrimonio delle persone che segue.In questo non c’è ovviamente nulla di male e, anzi, ottimizzare l’allocazione dei risparmi è e sarà sempre una parte importante di questo lavoro.Sono tuttavia convinto che, prima che far guadagnare più soldi alle persone, sia ancora più importante fare in modo che non rimangano mai senza.E sono convinto che sia così anche per te: non rimanere mai senza soldi, qualsiasi cosa accada, non può che essere la priorità di ogni persona, di ogni famiglia.E qui arriva la buona notizia per la quale ti scrivo: tutto questo è possibile.Perché è vero che siamo tutti vulnerabili, come e più di Achille e il suo tallone.Ma è ancor più vera un’altra cosa. Possiamo essere tutti finanziariamente invulnerabili. Che effetto ti fa questa frase?Quanto vale, per te, l’idea che non ci possa essere evento in grado di piegare o incrinare la tua solidità finanziaria?Quanto vale, per te, il pensiero di non far mai mancare alle persone e ai progetti più importanti le risorse economiche indispensabili?Certo, essere finanziariamente invulnerabili non significa eliminare i rischi, ma essere pronti ad affrontarli senza subire danni irreparabili.Il mio ruolo è esattamente questo: aiutarti a farti trovare pronto.In primo luogo, prendendo coscienza dei fattori di rischio ai quali sei più esposto per professione, situazione famigliare, composizione patrimoniale, stile di vita e via discorrendo.Subito dopo, provando a quantificare l’impatto che gli imprevisti potrebbero causare alle tue finanze.Infine, ponendo rimedio attraverso gli appositi strumenti disponibili sul mercato, individuando quelli più coerenti con le tue esigenze.Oggi hai il potere di costruire la tua invulnerabilità finanziaria.Non fare come Achille, non pensare di essere già a posto, non far finta che le cose possano succedere solo agli altri.Non commettere gli

Area Protezione

Lo stato assistenziale non esiste più. Te ne sei accorto, vero?

Esci a fare due passi per andare a prendere un caffè.Per strada incontri un vecchio amico che non vedevi da un po’.Dopo i convenevoli di rito, vi soffermate a parlare del più e del meno. Figli, lavoro, progetti. Insomma, le solite cose sulle quali finisci per andare nelle conversazioni con chi non incontri da tempo.Quando gli chiedi dov’è diretto in vacanza, lo vedi sospirare e risponderti che per quest’anno è tutto un rebus: scopri infatti che il tuo amico ha la fortuna di avere ancora la mamma, che però è molto anziana e richiede cure continue.Di posti nelle strutture pubbliche nemmeno l’ombra e mandarla in una casa di riposo all’altezza è costosissimo.Gli fai i migliori auguri e prosegui dritto verso il bar.Dove arrivi, ti siedi, e mentre aspetti di gustare il tuo caffè non puoi fare a meno di origliare i tuoi dirimpettai di tavolino mentre parlano anche loro del più e del meno.Ad un certo punto, uno alza un po’ il tono della voce e afferma all’altro: “Con quello che mi danno per la pensione di invalidità, anche venire qui al bar con te è diventato un lusso!”Te la sto romanzando, e sebbene la cornice in cui ho incastrato questi aneddoti sia di pura fantasia, la sostanza delle situazioni che emergono è tremendamente concreta e reale.Ed esprime un concetto molto semplice, del quale siamo ancora poco consapevoli. Lo stato assistenziale, in Italia, non esiste più. Ti assicuro che non c’è alcuna forzatura in questa affermazione, per quanto forte e categorica ti possa sembrare.Ci sono soltanto le evidenze di cui è agevole prendere atto. Parlando con le persone che ci circondano e già vivono determinate situazioni, oppure dando uno sguardo ai dati.Siccome ce ne sono tanti e capisco non sia facile orientarsi, provo a darti una mano.Comincio con il chiarirti di che cosa ti sto parlando, così evitiamo fraintendimenti.Con Stato assistenziale si fa riferimento all’insieme di prestazioni pubbliche previste a favore di quelle persone che si trovano in una situazione di indigenza, di difficoltà oggettiva.Detto con parole diverse, l’ordinamento ritiene che le persone più fragili siano meritevoli di essere tutelate e supportate attraverso un aiuto.Tra le tante situazioni di fragilità che possono presentarsi, oggi voglio parlarti degli eventi invalidanti e delle risposte che lo Stato è chiamato a dare a chi li subisce.Due, nella fattispecie.La prima, di natura economica. Denaro.La seconda, di natura non economica. Servizi sociali e socio-sanitari.La domanda sulla quale ti invito a riflettere è molto semplice: una persona che oggi si trova in situazioni di palese e oggettiva difficoltà, a quali prestazioni può accedere?Che cosa gli riconosce lo Stato per vivere dignitosamente? Ne sei consapevole?Andiamo con ordine e partiamo dalle prestazioni economiche.A questo proposito, la legge prevede un groviglio di norme in cui districarsi è tutt’altro che banale, pertanto provo a semplificare.Quando una persona è invalida e non riesce né a lavorare né a provvedere a sé stessa, lo Stato la ritiene meritevole di beneficiare di un assegno mensile che prescinde dalla sua storia professionale. Detto diversamente: se anche quella persona non avesse versato un euro di contributi, potrebbe ugualmente accedere a questa prestazione che, si dice, è di natura assistenziale.Ciò significa che prescinde, appunto, da quanti contributi ha effettivamente versato.In tal caso si parla di invalidità civile.E questa prestazione prevede, nel 2025, un riconoscimento economico pari a 336 euro al mese. Hai letto bene: 336 euro al mese. Non solo: per ottenere questa somma occorre pure rispettare dei vincoli reddituali. Cosa significa? Che, se hai un piccolo appartamento messo in affitto o qualche risparmio che produce una rendita potresti non incassare nemmeno questa miseria.Ma andiamo avanti, perché il malcapitato che subisce un evento invalidante potrebbe essere una persona che, negli anni, ha lavorato e versato contributi.Anzi, questo è verosimilmente il caso più frequente.Ebbene, per capire qui quanto lo Stato riconosce, il calcolo è più complesso: non si tratta infatti di una somma fissa, bensì di una prestazione proporzionale alla posizione contributiva.Dipenderà dunque da quanti contributi sono stati accantonati e dall’età della persona.Premesso dunque che ogni situazione è unica e va valutata caso per caso, qualche numero lo possiamo comunque dare: un lavoratore di mezza età, cinquantenne, che per 25 anni ha versato contributi alla gestione commercianti ed artigiani dell’INPS e che guadagna circa 40.000 euro lordi all’anno, in caso in evento altamente invalidante si vedrebbe riconosciuta una pensione di circa il 75% più bassa rispetto all’ultimo reddito. In pratica non può più lavorare e prende un quarto di quanto prendeva prima. È abbastanza, per prendere atto della questione?Fin qui una rapida ma spero altrettanto significativa sintesi delle prestazioni economiche.Ti ho però anticipato che gli aiuti del Welfare non si fermano qui.O meglio, non si dovrebbero fermare qui.Perché, oltre a un riconoscimento economico, allo Stato spetterebbe anche l’erogazione di servizi, in particolare quelli socio-sanitari, di assistenza e conforto alla persona.Sto usando il condizionale perché, come avrai già intuito, spesso e volentieri queste prestazioni non ci sono o sono del tutto parziali e insufficienti.Anche qui, qualche numero.In Italia ci sono circa 4 milioni di Over 65 non autosufficienti.Al settore pubblico, in particolare ai comuni, spetterebbe l’erogazione di specifici servizi.Almeno tre.I servizi residenziali, quindi strutture pubbliche nelle quali vivere: case di riposo, per intenderci.I servizi semi-residenziali, consistenti in strutture diurne dove queste persone possano ricevere assistenza almeno durante il giorno, non potendovi pernottare.E i servizi domiciliari, la cosiddetta “ADI” (assistenza domiciliare integrata), attraverso la quale la persona non autosufficiente può fruire presso la propria dimora abituale di un servizio professionale fatto di cure mediche, infermieristiche, riabilitative e via discorrendo.Sai quante persone possono accedere oggi in Italia a questi servizi, ai quali avrebbero diritto? Lo dice una recente indagine condotta da Bocconi.Ai servizi domiciliari accede il 22% degli aventi diritto. Il 78% resta fuori.Ai servizi residenziali il 7%. Il 93% resta fuori.Ai servizi semi-residenziali, praticamente nessuno: lo 0,5%. 199 su 200 aventi diritto restano fuori.L’articolo 32 della Costituzione garantisce cure gratuite alle persone indigenti, eppure i dati descrivono una realtà molto diversa, sconfortante, complessa.Che richiede di essere fronteggiata già

Area Investimenti

Le borse tornano a scendere? Era ora!

In Inside Out 2, Riley è una ragazzina che sta diventando adolescente.Nel quartier generale della sua mente, il perfetto equilibrio che le emozioni avevano trovato viene compromesso dall’irruzione di una nuova emozione, tipica della pubertà: Ansia.Quando fa il suo ingresso, Ansia è travolgente: altera, anzi spesso sconvolge il comportamento di Riley in ogni evento che la vede protagonista, mandando in tilt il suo processo decisionale e procurandole reazioni nelle quali la giovane non si riconosce.C’è bisogno di tempo e fatica per domare Ansia.Il punto centrale, tuttavia è un altro: nel film come nella vita di ciascuna persona, questa emozione è per sempre. Una volta che entra in gioco, non ci abbandona più.Può essere gestita, a volte sembra cadere in letargo, ma improvvisamente può ricomparire per impossessarsi dei comandi del nostro cervello. Tutto dipende dagli stimoli esterni, dallo stress al quale siamo sottoposti.Nella mente dell’investitore accade esattamente la stessa cosa.Se dall’esterno non arrivano segnali di pericolo, tutto è sotto controllo.Non appena fa capolino un elemento di disturbo, si scatena il finimondo e alla consolle di comando ci vanno le emozioni più pericolose, quando si ha a che fare con i soldi: Paura e, appunto, Ansia.Da almeno un paio d’anni i mercati vivevano in una situazione di perdurante calma.Dopo la crisi del 2022, quando all’invasione russa dell’Ucraina fecero seguito la crisi energetica e un’inflazione che da oltre 20 non si vedeva, tutto sembrava rientrato nei ranghi della normalità.Ma c’è un aspetto semplice, per certi versi addirittura banale, di cui troppo spesso ci si dimentica. L’incertezza è una costante del mondo in cui viviamo. Il fatto che si presentino eventi destabilizzanti, in grado di rompere equilibri precedenti, è pertanto una normalità assoluta.E così, è assolutamente normale anche la frenata dei mercati finanziari nelle ultime settimane.Può sembrarti poco sensata la causa che l’ha scatenata, ma è perfettamente naturale il fatto che ci sia.Ora diventa fondamentale un altro aspetto: capire come “ragionano” i mercati finanziari e perché queste situazioni cicliche – se affrontate correttamente – sono l’esatto contrario di quello che la maggioranza pensa: non un pericolo, bensì un’opportunità.Non una situazione da evitare, ma una situazione da benedire.Partiamo però dai fatti.Come ormai noto, il nuovo inquilino della Casa Bianca ha comunicato al mondo intero la decisione di introdurre dei dazi su tutte le merci importate negli Stati Uniti.In pratica, il presidente Trump ha alzato una barriera artificiale con l’obiettivo dichiarato di tutelare le aziende locali e di favorire i propri concittadini.“America First”, come abbiamo più volte sentito da lui.Perché le borse hanno reagito in modo estremamente violento a queste decisioni?È indispensabile aver chiaro un concetto: i mercati guardano avanti. Scontano nei prezzi ciò che ritengono probabile accadrà all’economia reale. I mercati sono la traduzione finanziaria di quello che pensano vivranno da lì a poco le famiglie, le imprese, insomma il sistema economico nel suo complesso.I prezzi salgono quando ci sono aspettative di prosperità e stabilità.I prezzi scendono quando ci sono aspettative di rallentamento e incertezza.E la politica commerciale alla quale la presidenza americana ha dato il via rientra nella seconda ipotesi.Potremmo star qui a sindacare e discutere del perché i dazi, che rappresentano nella mente di chi li introduce una misura protezionistica e di tutela, dovrebbero finire per danneggiare proprio coloro che intendono difendere: famiglie e aziende.Ma non avrebbe molto senso, non risolverebbe molto, a parte un legittimo desiderio di approfondire e capire qualche concetto economico.Quello che invece è molto utile per le tue finanze è interpretare nel modo corretto e profittevole questi movimenti.Fare in modo che diventino un fertilizzante, e non un diserbante della tua ricchezza.Per andare in questa direzione, voglio ripeterti il concetto espresso poco fa: i mercati guardano avanti, si muovono sulle aspettative.Oggi scendono perché vedono buio.Appena torneranno a vedere la luce, riprenderanno la loro corsa.Tu devi fare una cosa sola: farti trovare pronto quando questo si verificherà.Stai pensando che è più facile a dirsi piuttosto che a farsi?In realtà non è così: voglio darti tre semplici suggerimenti che potranno esserti di grande aiuto in qualunque turbolenza finanziaria. Primo: non perdere mai la calma. Lo so, quello che senti e leggi non aiuta.Quando i mercati scendono, il bombardamento mediatico ti arriva anche se non lo cerchi.Le notizie di soldi che bruciano in borsa, di miliardi di capitalizzazione che se ne vanno, di crollo e distruzione si fanno sempre più insistenti, ridondanti, impossibili da arginare.Ti fanno credere che il mondo possa finire, di fronte a crisi sempre nuove, diverse e più difficili da risolvere proprio perché mai vissute prima.Ogni volta che questo accade, fermati un attimo e pensa a quello che è sempre accaduto.Pensa a quante crisi diverse hai già attraversato o hai letto e studiato sui libri, e pensa a quante volte si sono rivelate così pesanti da essere definitive e insuperabili: nessuna.Pensa anche al fatto che, nello stesso pianeta dove per molti il baratro è dietro l’angolo, ci sono 8 miliardi di persone che ogni giorno si alzano al mattino per fare, non per disfare. Per costruire, non per distruggere.Pensa a quanto sia migliorata la vita rispetto a qualche decennio fa, e a quanto inesorabilmente continuerà a migliorare.E pensa al fatto che l’uomo, per natura, riesce a dare il meglio di sé nelle situazioni di stress, di complessità, maggiormente sfidanti.Pensare a tutto questo ti sarà di grande aiuto, credimi. Secondo: rispetta il piano e agisci di conseguenza. Quando sono in burrasca, i mercati hanno il potere di farti dubitare di tutto.“Avrò fatto la cosa giusta, considerato ogni aspetto, scelto lo strumento migliore?”Sono domande legittime, comprensibili, ma estremamente pericolose. Rischiano di portarti fuori strada e di farti progressivamente perdere di vista ciò che conta davvero.Più che domandarti in che cosa hai investito, chiediti per che cosa lo hai fatto.Se è vero che il denaro è un mezzo e non un fine, ogni investimento dovrebbe essere propedeutico, funzionale a soddisfare un’esigenza per la quale ritieni necessario accumulare risorse.Che sia la seconda casa, la macchina nuova, il giro del mondo in barca a vela o l’università dei ragazzi non sta certo a me

Area Investimenti

Hai mai calcolato quanto ti rende davvero l’investimento immobiliare?

Una casa si vede, si tocca, si vive.Si condivide con le persone care.Si ammira, anche.E non solo: una casa può essere fonte di un reddito su cui contare, a differenza di quello che spesso capita con altri investimenti. Proprio per questo, molti italiani sono fermamente convinti che investire in immobili sia una scelta sicura, quasi una garanzia di stabilità e serenità finanziaria.In fin dei conti, con i tempi che corrono e con le difficoltà che molte famiglie hanno nel comprarsi una casa, degli inquilini disposti a pagare l’affitto si trovano sempre.E poi “col mattone ti rimane sempre qualcosa”, mica come certi prodotti venduti dalle banche che in passato hanno polverizzato i risparmi di una vita in un amen.Se anche tu sei tra gli intramontabili sostenitori di questo Asset, non ti posso biasimare. Perché, in effetti, il mattone ha senza dubbio il suo fascino. È solido, tangibile, e questo ci rassicura. Non lascia spazio alla diffidenza che solitamente invece contraddistingue le altre tipologie di investimento.Investire in una casa non significa affidare i tuoi risparmi a qualcosa di impalpabile, a numeri che si muovono su uno schermo, a ipotesi di rendimento che si scontrano con la paura di perdere tutto in un attimo.L’incertezza pesa, il rischio spaventa.Quando compri un immobile, invece, ti senti più sereno perché il valore del tuo investimento non oscilla in continuazione, né si espone alla speculazione che spesso e volentieri riguarda le Borse. Al contrario, è facile lasciarsi sedurre dalla sua concretezza, dalla sua bellezza e dal senso di protezione che trasmette.Tutto questo è assolutamente comprensibile, sembrano le parole pronunciate da un vecchio saggio. Ma le convinzioni popolari, seppur radicate nel cuore di molti, rischiano di offuscare la verità, che è un po’ diversa e dice un’altra cosa. L’immobile non è una cassaforte d’oro, ma un investimento come altri. E come altri investimenti, dunque, può nascondere opportunità e insidie che occorre valutare con lucidità e attenzione.Ti sei mai chiesto come si calcola il rendimento di un investimento immobiliare?In realtà è un’operazione meno semplice di quello che sembra a prima vista. Tuttavia, provo a semplificare facendoti un esempio.Prendiamo Giovanni, un investitore come tanti, che decide di dedicare parte del suo patrimonio ad un immobile da mettere a rendita.Dopo un po’ di ricerche ha individuato un’occasione: un appartamento piuttosto recente, funzionale, ideale per generare un flusso mensile utile a incrementare le sue entrate.Con 200.000 euro può essere suo.Senza ulteriori indugi, Giovanni compra l’immobile.Cerchiamo di capire a quali spesa egli va incontro, sin dal momento in cui decide di effettuare l’investimento.Giovanni ha appena acquistato l’appartamento da un privato. In tal caso, la legge prevede che, all’atto di compravendita, il compratore debba sostenere la cosiddetta imposta di registro proporzionale, che ammonta al 9% del valore catastale dell’immobile.Senza entrare in eccessivi e inutili dettagli, devi sapere che questo valore, sulla base del quale viene calcolata l’imposta, è in genere più basso del valore di mercato. Dipende da diversi parametri (tra cui tipologia di immobile, dimensioni e posizione) ma, con buona approssimazione, diciamo che può verosimilmente aggirarsi intorno alla metà del valore di mercato.Pertanto, Giovanni deve subito sostenere una “commissione di ingresso” pari a 9.000 euro (il 9% sul 50% del valore compravenduto, 200.000 euro).L’altra significativa commissione iniziale è quella che l’acquirente deve riconoscere all’agenzia alla quale si è rivolto per effettuare la transazione, con cui ha concordato il 3% dell’importo di compravendita (un valore medio in linea con il mercato). Quindi significa che Giovanni deve sborsare altri 7.320 euro per l’intermediazione, iva compresa.Ancora, c’è da pagare il notaio che certamente e giustamente non lavora gratis: altri 2.500 euro (anche in questo caso, si tratta di un importo coerente con quanto richiesto in media) che si aggiungono alle spese citate in precedenza.Insomma, prima ancora di entrare in possesso del suo nuovo immobile Giovanni ha già speso quasi 19.000 euro in più rispetto al costo di compravendita pattuito con il venditore.Le uscite, tuttavia, non sono finite.Prima di mettere l’appartamento a rendita, infatti, occorre dargli una “rinfrescata”: tra ritinteggiatura, qualche ritocco e una parte di mobilio se ne vanno altri 10.000 euro (il minimo sindacale, oggi, per riammodernare la casa).Ricapitolando: l’inquilino deve ancora entrare, ma tra imposte e altri costi accessori Giovanni ha già speso quasi 30.000 euro in più rispetto alla somma investita nell’immobile. Era consapevole di tutte queste spese, prima di imbarcarsi nell’affare? Ma andiamo avanti, perché adesso l’immobile è finalmente in grado di essere affittato e di produrre reddito.Giovanni trova senza difficoltà degli inquilini, con i quali concorda un canone di 1.000 euro mensili.A questo punto, dopo i costi iniziali già sostenuti, Giovanni deve prepararsi anche ai costi ricorrenti.Tre, in particolare.Il primo, relativo alla tassazione dei canoni di affitto. Siccome il contratto sottoscritto tra proprietario e inquilini è a canone libero (vuol dire che le parti si accordano liberamente, senza limiti imposti dalla legge), si tratta di pagare un’imposta secca pari al 21% degli introiti annuali. Fanno 2.520 euro.Il secondo, relativo alla polizza assicurativa sull’immobile. Che facciamo, non lo proteggiamo almeno nei confronti dell’incendio e degli eventi più estremi? Stimiamo un costo annuo di ulteriori 300 euro.Il terzo costo ricorrente riguarda invece l’IMU, un’imposta da cui è esentata solo la prima casa e che si attesta intorno all’1% del valore catastale. Anche qui, con una buona approssimazione, possiamo immaginare un costo di circa 1.000 euro ogni anno. Sui 12.000 euro di affitto incassati ogni anno, oltre il 30% se li prende il fisco. Più di quelli che pesano sugli investimenti finanziari e senza considerare che in un fondo comune di investimento non bisogna occuparsi del rifacimento delle facciate, della caldaia che si rompe o dell’inquilino che non paga. Tutti problemi che non stiamo considerando, ma che potrebbero verificarsi…Quindi, in definitiva, quanto rende davvero l’investimento a Giovanni?Se dovessimo fare il calcolo delle entrate nette generate dall’affitto (poco più di 8.000 euro l’anno), rapportate al costo complessivo dell’investimento (circa 229.000 euro), il rendimento sarebbe intorno al 3,5%.Senza considerare gli imprevisti, sempre in agguato.Tanto o poco?Il punto non è questo. Certo, volendo confrontare questo risultato

Area Investimenti

Il vero motivo per cui non puoi fare a meno di diversificare

Che tu sia un veterano della finanza o un esordiente alle prime armi, chissà quante volte avrai sentito parlare di uno dei principi cardine nel mondo degli investimenti: la diversificazione.L’idea di non mettere tutte le famose uova nello stesso paniere, in modo da evitare che una caduta provochi la frittata, è di per sé molto intuitiva, quasi banale.Eppure, nella realtà, le cose stanno diversamente.Ciò che sembra logico e scontato in teoria diventa terribilmente più complicato in pratica.L’essere umano, infatti, non è programmato per investire. Sembra esserlo, al contrario, per cadere nelle mille trappole che il cervello invita a compiere.Sul tema, come forse saprai, c’è un filone di studi molto robusto che da decenni studia il comportamento umano e le sue bizzarrie: questa disciplina si chiama finanza comportamentale.Per non annoiarti troppo, evito di metterti in fila gli innumerevoli errori che la scienza ha individuato e che dimostriamo di commettere quando investiamo. Tuttavia, voglio condividere con te almeno tre di queste distorsioni – in gergo, battezzate “bias” – che spingono molti risparmiatori a non seguire la regola aurea della diversificazione.La prima: pensiamo di saperci fare.Tecnicamente si parla, in tal senso, di overconfidence. Non appena infiliamo un paio di operazioni vincenti, concluse con qualche sorprendente e immediato guadagno, ci convinciamo che non è così difficile fare profitti in borsa. Perché diversificare e pertanto ridurre i margini di rendimento, quando è possibile individuare e salire su un unico cavallo vincente?La seconda: investire in titoli di cui abbiamo sentito parlare ci rassicura.Le aziende che esistono e vanno bene da una vita alimentano la convinzione che continueranno ad esistere e ad andare bene anche in futuro. Se queste società sono di grandi dimensioni e proliferano in luoghi a noi vicini, se appaiono nella nostra quotidianità, il senso di rassicurazione aumenta.Come può andar male un investimento che punta su un’azienda i cui prodotti vengono utilizzati ogni giorno? La macchina, il telefono, il cibo, il conto corrente sono tutti beni e servizi utilizzati quotidianamente da milioni di persone. Come può andare gambe all’aria chi li vende? Perché dunque diversificare?La terza e ultima distorsione che voglio menzionarti è quella del senno di poi.Dopo, è sempre tutto facile. Compreso capire dove c’è stato valore negli investimenti.Il problema è che questa attitudine di osservare e giudicare dopo, col senno di poi appunto, influenza pesantemente le nostre scelte. Portandoci a prendere decisioni che si basano sul passato nonostante guardino al futuro.Sembra logico adottare un certo comportamento dopo che si è rivelato profittevole, o evitarlo dopo che si è rivelato dannoso. Ma il passato è passato mentre il futuro è incerto: non c’è possibilità di evitare certamente dei rischi o di sfruttare certamente delle opportunità guardando a ciò che è stato.In altri termini, il senno di poi genera un’illusione di prevedibilità potenzialmente molto pericolosa. Ma spesso non ce ne rendiamo conto.Voglio farti un esempio, che per alcuni potrebbe essere doloroso.Senza andar lontano, la storia recente ci ricorda che anche in Italia ci sono stati diversi casi di “risparmio tradito”. Le persone che abbiamo visto protestare davanti ai tribunali per aver perso tutti i loro soldi, come avevano investito? La risposta la conosciamo: avevano messo molto (talvolta tutto) il proprio denaro su un unico strumento.Parmalat, Cirio, Argentina, Grecia, banche italiane fallite. Solo per citarne alcuni.Tutti casi diversi, ma accomunati dallo stesso, rovinoso e finanziariamente sanguinoso epilogo.Sembra incredibile ma situazioni di questo tipo, investimenti azzerati e mai più recuperati, periodicamente si ripetono nonostante l’esperienza ci insegni quanto sia pericoloso concentrare troppo i propri risparmi.È molto probabile che simili eventi torneranno a presentarsi in futuro, purtroppo.Sia perché le persone hanno la memoria corta, sia perché in agguato ci sono i tranelli del nostro cervello, sempre pronti a farci sbagliare.Spero di essere riuscita a spiegarti, finora, perché un principio di investimento così semplice, apparentemente banale ma dannatamente importante viene troppo spesso disatteso nella realtà.E spero che ti sia altrettanto chiaro qual è il vero vantaggio della diversificazione. Ti concede il lusso di sbagliare. Se diversifichi, non devi avere sempre ragione. Se non lo fai, l’errore potrebbe rivelarsi fatale e irrimediabile per le tue finanze.Ma se nemmeno in questo modo sono stato in grado di convincerti, voglio provare a portarti un nuovo elemento di riflessione; il vero motivo – scientifico, rigoroso, concreto – per cui dovresti investire diversificando, sempre.Hendrik Bessembinder è un economista americano che da molti anni studia i mercati finanziari e le loro performance.In uno dei suoi lavori più recenti, cerca di rispondere dati alla mano a una domanda estremamente importante: in che modo gli investimenti azionari battono gli investimenti obbligazionari nel corso del tempo?Perché sul fatto che il primo mercato, nel suo complesso, abbia la capacità di generare mediamente un ritorno maggiore rispetto al secondo non ci sono dubbi, lo sappiamo già.Quello che invece molte persone non sanno è che non si ottiene lo stesso risultato se, anziché l’intero mercato azionario, si prendono i singoli titoli in esso quotati.Provo a riassumere e a semplificare il più possibile lo studio in questione.Prendendo in analisi gli ultimi 30 anni di storia finanziaria, Bessembinder ha verificato che il 55% delle azioni americane e il 57% delle azioni scambiate sul mercato azionario globale hanno reso meno dei titoli di stato a breve termine.Sul mercato USA, 5 sole società hanno creato il 10% di tutta la ricchezza generata dal mercato nel trentennio. Ma il dato più eclatante è che appena il 2,4% delle aziende quotate è responsabile dell’intera ricchezza generata da questo mercato.Se dagli Stati Uniti passiamo all’intera economia finanziaria globale, il dato è ancora più sbalorditivo, perché questa percentuale scende all’1,4%.Visto che in mezzo a tutti questi numeri c’è il rischio di perdersi, provo a rendere il tutto ancora più comprensibile.Se da circa il 2% delle azioni quotate dipende quella capacità di produrre nel tempo rendimenti elevati e superiori a quanto offrono alternative di investimento più sicure, allora significa che non vale la pena investire nel 98% delle aziende scambiate in borsa.Quel 2% fa la differenza, tutto il resto non solo non la fa, ma addirittura produce più

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