Chissà quante volte ti sarà capitato sottomano l’estratto del tuo portafoglio dal quale avrai osservato, più o meno soddisfatto, i rendimenti di ciascun investimento.
È un’abitudine del tutto naturale, spesso istintiva, che ti consente di monitorare le decisioni prese ed eventualmente rettificarle, laddove non si rivelassero profittevoli.
In fin dei conti, ti ripeti, per investire si fanno molti sacrifici e queste rinunce devono essere ricompensate.
Hai perfettamente ragione: ogni euro non speso e messo da parte dovrebbe crescere al passare del tempo. Se così non fosse, sarebbe legittimo trovare alternative diverse.
Proprio per questo, voglio farti una domanda: hai idea di quanto rendano i contributi previdenziali che sei obbligato a versare ogni anno all’INPS?
Forse non lo sai, ma sono una parte molto significativa del tuo reddito lordo.
Se sei un lavoratore dipendente, per ogni 100 euro che guadagni se ne vanno 33 in contributi.
Se sei un lavoratore autonomo, ad esempio un artigiano, un commerciante o un imprenditore, per ogni 100 euro che guadagni se ne vanno circa 25 in contributi.
In altre parole, fino a un terzo del tuo reddito lo devi all’INPS.
Non si tratta dunque di qualche centinaio di euro, ma di svariate migliaia di euro che ogni anno sei costretto a versare e che, al termine della tua carriera, verranno trasformati in pensione.
Diventa quindi più che legittimo farsi una domanda molto precisa:
Questi soldi, di cui ti privi per 30 o 40 anni, quanto rendono?
Ebbene, la risposta non è delle più immediate ma provo a semplificare.

Devi sapere che questi soldi non finiscono in obbligazioni, azioni o qualche altro mercato finanziario.
Questi soldi vengono immediatamente utilizzati dall’INPS per pagare le pensioni di chi ha smesso di lavorare.
I contributi che versi, pertanto, non confluiscono in un salvadanaio intestato a te. O meglio, lo fanno in modo virtuale ma non effettivo: quando sarà il tuo turno, infatti, saranno gli altri lavoratori che ti pagheranno la pensione con i loro contributi.
Si tratta di un investimento un po’ particolare, dunque, perché l’utilizzo di queste risorse è immediato e non c’è il tempo di farli crescere grazie al contributo dei mercati finanziari.
Ecco perché il rendimento che lo Stato ti riconosce su questi versamenti è determinato per legge e, nello specifico, è collegato all’andamento della crescita economica dell’Italia.
In pratica, se il PIL (Prodotto Interno Lordo) cresce tanto, i tuoi contributi si rivalutano tanto. Se cresce poco, i tuoi contributi si rivalutano poco.
Immagino tu sappia che, da molti anni ormai, il nostro Paese non è più quella locomotiva che si era affermata nel Secondo Dopoguerra.
Da troppo tempo, infatti, l’Italia cresce poco. Troppo poco. E, con essa, fanno la stessa cosa i contributi che determineranno la tua pensione futura.
Mettiamo sul piatto qualche numero, per capirci meglio.
Negli ultimi 15 anni, il rendimento medio riconosciuto sui versamenti contributivi effettuati all’INPS è stato pari a circa l’1,20% su base annua.
Un tasso molto modesto, soprattutto se confrontato con l’enorme valore generato da alcuni mercati finanziari, in particolare dal mercato azionario globale.
Un tasso ancora più modesto, se si tiene conto – come sempre si dovrebbe fare – dell’inflazione che, nello stesso periodo, è stata mediamente di circa il 2% all’anno.
Quindi il rendimento vero, effettivo, reale dei tuoi versamenti previdenziali è stato negativo.
Detto in altre parole, il meccanismo stabilito dallo Stato sui tuoi contributi pensionistici non ha garantito il mantenimento del tuo potere d’acquisto, né potrà farlo in futuro. Nemmeno su un investimento di lunghissimo termine come questo.
Lo so, fin qui non ti sto dando buone notizie.
Anche perché potresti dirmi che non c’è niente da fare: non puoi mica cambiare investimento, come invece potresti fare in altre circostanze.
Questi versamenti sono obbligatori, non puoi destinarli a qualche soluzione più redditizia, sei costretto a darli all’INPS perché con quelli lo Stato ci paga le pensioni di oggi. Punto e basta.
E in effetti è tutto vero: che tu sia dipendente o autonomo, sei chiamato ad assolvere a quest’obbligo e non puoi indirizzare altrove i tuoi contributi.
Eppure, nonostante ti sembra di essere finito in un vicolo cieco, voglio finalmente darti una buona notizia: la via d’uscita c’è.
C’è qualcosa che puoi fare. Anzi, c’è molto che puoi fare.
La prima, indispensabile cosa da fare è maturare la consapevolezza che il rendimento riconosciuto sui tuoi versamenti contributivi non può essere sufficiente per generare la pensione di cui avrai bisogno più avanti.
Devi convincerti del fatto che quel rendimento devi cercarlo altrove.
Devi convincerti del fatto che ai versamenti obbligatori che ogni anno fai all’INPS devi affiancarne altri.
Se vuoi davvero iniziare a costruire una pensione in linea con il tenore di vita che desideri, devi destinare parte dei tuoi risparmi unicamente a questo obiettivo.
E qui arriva la seconda e altrettanto indispensabile cosa da fare: valutare, insieme al tuo consulente finanziario, quante risorse puoi dedicare a questa esigenza e capire il valore che può darti il corretto investimento di questi risparmi.
È davvero fondamentale capire che posizionare le tue risorse su un mercato, piuttosto che su un altro, può fare una enorme differenza. Specie per un’esigenza di così lungo termine, nella quale il tempo produce risultati sorprendenti.
Ti faccio un esempio.
Negli ultimi 10 anni, se tu avessi scelto di investire risparmi aggiuntivi da dedicare alla pensione sui mercati obbligazionari, avresti ottenuto un rendimento molto simile a quello che lo Stato riconosce sui contributi obbligatori versati all’INPS. Poco più dell’1% all’anno.
Ma se a questi mercati tu avessi preferito quelli azionari, il rendimento sarebbe stato di quasi quattro volte tanto. 4,5% contro 1,2%.
Hai idea di cosa significhi, nel tempo, questa differenza di rendimento?
Te lo dico subito.
Immagina di poter investire 3.000 euro all’anno in uno strumento finanziario che andrà ad integrare la tua pensione (quello che si chiama, appunto, “fondo pensione”).
Farlo per 30 anni sul mercato obbligazionario ti consentirebbe, ai rendimenti che ti ho citato poco fa, di raggiungere una somma di circa 107.000 euro.
Farlo per lo stesso periodo sul mercato azionario ti consentirebbe invece di generare una somma finale di circa 183.000 euro.
Il 70% in più.
Senza investire un euro in più,
la sola scelta del mercato più adatto determina il 70% in più.
Ti sembra incredibile, ma è esattamente questo quello che accade da un punto di vista matematico. E la matematica, si sa, non è un’opinione!
A questo punto, non ti resta che fare il terzo e più importante passo: agire.
Ma agire da soli può essere estremamente pericoloso, quando si ha a che fare con questioni così articolate.
Per questo, ti suggerisco di contattarmi.
Mi occupo da molti anni di previdenza e mi mantengo costantemente aggiornato su tutti gli aspetti di questa complessa materia: è faticoso ma indispensabile, se voglio davvero essere di aiuto alle persone che incontro.
La possibilità di porre rimedio alle inefficienze del sistema pubblico è nelle tue mani.
Se è vero che non possiamo cambiare le regole che non ci piacciono, è altrettanto vero che possiamo attivarci per fare in modo di migliorare le situazioni che ci riguardano.
Oggi hai compreso che i rendimenti che lo Stato ti riconosce sull’enorme quantità di contributi che sei costretto a versare ogni anno sono tutt’altro che esaltanti.
Ma sono certa che, al tempo stesso, tu abbia compreso in che modo puoi rimediare a questa situazione.
Io ci sono, puoi contattarmi cliccando qui
Costruendo insieme finalmente il futuro che desideri.