Area Previdenza

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Quanto conviene la previdenza complementare per la tua azienda?

Da anni, ti fai in quattro per far crescere in modo sano e sostenibile l’azienda che hai costruito.Cerchi di farlo nonostante sul tuo cammino devi costantemente misurarti con numerosi ostacoli fatti di burocrazia, imposte, concorrenza, mercati in perenne metamorfosi e altri imprevisti di ogni tipo.Tutto questo sottraendo tempo ed energie ai tuoi affetti, senza avere alcuna garanzia che simili rinunce possano generare poi quel ritorno, anche economico, che ti meriteresti.In quello che fai non esiste una chiara linea di demarcazione tra lavoro e tutto il resto, perché prima di tutto si è imprenditori dentro. Nel modo di pensare, di decidere, di vivere.Ti porti dentro la delusione per qualcosa che non è andato come speravi, l’emozione per aver raccolto una nuova sfida, l’entusiasmo per aver raggiunto un importante traguardo.Che tu sia il titolare di un piccolo negozio o di una grande azienda, che tu abbia pochi o tanti collaboratori nella tua squadra, sono sicuro che queste parole descrivono almeno una parte della tua esperienza.E lo sai perché?Perché queste sensazioni le vivo anch’io ogni giorno.Come consulente finanziario e patrimoniale faccio tutto ciò che è in mio potere per fare esattamente quello che fai tu, ogni giorno, da imprenditore: entrambi proviamo a dare una mano ai nostri clienti.Cerchiamo di fare qualcosa che sia utile, apprezzato, concreto. Vogliamo portare valore, migliorare la vita delle persone che incontriamo. Ed è esattamente questo che vorrei fare oggi con te. Vorrei chiederti di dedicare pochi minuti a questa lettura, di arrivare fino in fondo per capire come posso portarti un vantaggio immediato.Un vantaggio che probabilmente ancora non hai sfruttato perché sei preso da mille cose da fare e perché nessuno te lo ha mai detto.Se sei un imprenditore, se vuoi mettere in tasca ai tuoi dipendenti più soldi e soprattutto e vuoi essere il primo a risparmiarne parecchi, allora leggi che cosa ho da dirti.Voglio iniziare col farti qualche domanda.In questi anni di attività, quante volte ti sei trovato a dover gestire le richieste dei dipendenti in merito al loro TFR?Se ti chiedessi quanto ti è costata ogni anno questa voce, sapresti dirmelo?E se ti domandassi quanto pesa tale voce sul tuo bilancio, cosa mi risponderesti?Partiamo da una semplice ma importantissima constatazione: Per la tua azienda, il TFR è un debito. Anche se lo hai utilizzato come se niente fosse dicendoti che “quando me lo chiederanno ci penserò”.Anche se non hai mai agito per ottimizzarlo in tutti questi anni, e anche se sei riuscito finora a gestire senza problemi le richieste che i tuoi dipendenti hanno avanzato, è venuto il momento di capire in che modo una gestione efficiente di questo debito può farti risparmiare soldi, tempo e pensieri.Siccome le leggi che disciplinano il funzionamento del TFR sono tutt’altro che semplici, provo a semplificare con un esempio.Consideriamo un’azienda nella quale lavorano 20 dipendenti, con un costo medio della retribuzione pari a 25.000 euro ciascuno.In totale si tratta dunque di 500.000 euro di stipendi lordi.Siccome il TFR accantonato è paria 6,91% del montante retributivo complessivo, stiamo parlando di 34.550 euro di debito contratto ogni anno dall’azienda nei confronti dei propri collaboratori.Questo flusso di denaro può seguire sostanzialmente due strade.La prima, rimanere in azienda e seguire le norme stabilite dal Codice Civile.La seconda, essere destinato ai fondi pensione.In questa seconda ipotesi, la legge prevede regole diverse.Soprattutto, prevede dei vantaggi. Per chi lavora e per chi dà lavoro.In particolare, definisce una serie di agevolazioni di vario tipo per compensare l’azienda del danno derivante dalla perdita, dalla fuoriuscita di queste risorse finanziarie all’esterno della propria organizzazione.Provo adesso a sintetizzarti e a quantificarti questi vantaggi di cui l’azienda può beneficiare.Ce ne sono almeno quattro. Primo vantaggio: meno soldi all’INPS Abitualmente, ogni azienda deve versare una somma di denaro al fondo di garanzia dell’INPS.Si tratta, in sostanza, di un versamento che ha una funzione solidaristica e precauzionale, visto che questi contributi vengono utilizzati in caso di bisogno per pagare le spettanze dei lavoratori di aziende in crisi o sull’orlo del fallimento.Ebbene, questo contributo non è dovuto per l’azienda che versa il TFR dei dipendenti ad un fondo pensione.Stiamo parlando dello 0,20% del montante retributivo lordo complessivo: monetizzando, 0,20% x 500.000 = 1.000 euro. Secondo vantaggio: nessun rendimento sulle somme accantonate Ogni lavoratore che lascia il proprio TFR in azienda ha diritto di ricevere un rendimento.Il Codice Civile stabilisce che questa remunerazione sia la somma di una parte fissa (1,5%) e di una parte variabile derivante dall’inflazione. Negli ultimi 10 anni, in media, il tasso di rivalutazione è stato pari al 2,4%.Sui 34.550 euro di TFR accantonato ogni anno dall’azienda protagonista del nostro esempio, il costo medio si aggira dunque intorno a 830 euro all’anno.Se però i risparmi relativi alla liquidazione fossero destinati alla previdenza complementare, il riconoscimento finanziario non spetterebbe più all’azienda, ma al fondo pensione.Con conseguente risparmio della cifra appena indicata. Terzo vantaggio: meno imposte da pagare Per le aziende che versano la quota di TFR dei dipendenti ad un fondo pensione e che hanno meno di 50 dipendenti, è prevista una deduzione dal reddito d’impresa pari al 6% del flusso accantonato.In sostanza, si riduce la base su cui vengono calcolate le imposte e l’effetto concreto è di pagarne meno.Nella fattispecie, il reddito dell’impresa sarà abbattuto di 6% x 34.550 = 2.073 euro.Siccome sul reddito delle aziende normalmente grava l’imposta chiamata IRES la cui aliquota è pari al 24%, il reale vantaggio è quantificabile in 2.073 x 24% = 498 euro circa. Quarto vantaggio: meno contributi da pagare Infine, la legge stabilisce che venga riconosciuta anche una riduzione sui cosiddetti oneri impropri, ovvero su quegli obblighi contributivi che gravano sulle aziende e che vengono generalmente destinati ad ammortizzatori sociali o a misure di sostegno al reddito.Nella fattispecie, il legislatore ha fissato un’esenzione pari allo 0,28% del montante retributivo totale. Quindi, volendo quantificare anche in questo caso il risparmio per l’azienda, si tratta di 0,28% x 500.000 = 1.400 euro.Se ti sei perso in mezzo a tutti questi dati, è arrivato il momento di fare un rapido riassunto.In totale, se l’azienda protagonista

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I fondi pensione e le due caratteristiche che miglioreranno la tua vita (se le sfrutti)

Nel 2025 i fondi pensione sono diventati maggiorenni.Sono passati ben 18 anni da quando entrò in vigore quella riforma che, nel settore, fu accolta con rullo di tamburi e squilli di trombe tant’erano alte le aspettative.La convinzione era che ci potesse essere davvero una svolta nell’adesione di lavoratrici e lavoratori a queste forme di risparmio, ideate e realizzate appositamente per integrare quella pensione che già allora si sapeva sarebbe diventata un problema in futuro.E invece, non ci fu nessuna marcia trionfale.Non ci fu e non c’è tuttora.Molte indagini rivelano oggi che la questione pensionistica è avvertita dalla netta maggioranza delle persone, che dicono di essere consapevoli del fatto che gli assegni di cui beneficeranno in futuro saranno molto più poveri di quelli riconosciuti ai loro genitori e nonni. Secondo una ricerca condotta nel 2024 da una nota casa di investimento, 9 intervistati su 10 considerano il reddito pensionistico futuro un problema. Le persone sono spaventate dalla pensione che (non) prenderanno. Eppure, a fine 2024, sono meno di 10 milioni gli aderenti a forme di previdenza complementare. E se consideriamo il fatto che molti di questi hanno una posizione in essere che non è alimentata da nuovi versamenti, la platea di pubblico “pagante” e realmente proattivo si restringe di parecchio.In altri termini: il problema è percepito, le soluzioni no.Come mai?Semplificando e riassumendo, la stessa ricerca che ho menzionato sopra dice che il principale ostacolo è sostanzialmente uno: gli italiani non conoscono i fondi pensione.Non sanno bene cosa siano.Non hanno chiaro il loro funzionamento, ma soprattutto non hanno chiari i vantaggi che dovrebbero spingerli a sottoscriverli.Insomma, perché aderire a un fondo pensione che non so bene cosa sia quando posso comprarmi un appartamento da affittare e da cui ottenere una rendita integrativa?O banalmente, perché non preferire anche semplici investimenti finanziari come, ad esempio, i cari e vecchi BTP, piuttosto che complicarmi la vita in strumenti di cui ignoro le caratteristiche?Sembrano essere questi i dubbi che attanagliano i tanti concittadini che si tengono ancora oggi alla larga da quelle soluzioni che, per antonomasia, dovrebbero essere scelte in logica previdenziale.Se anche a te queste obiezioni sembrano sensate, se le perplessità che ho appena descritto sono anche le tue, allora non ti resta che leggere con attenzione quello che sto per dirti.Comincio con una piccola premessa, forse scontata ma assolutamente doverosa: anche i fondi pensione, come qualsiasi altro possibile investimento, non sono perfetti. Devono essere valutati e scelti con attenzione, perché uno non vale l’altro.Detto questo, potrei elencarti molti motivi per cui non dovresti esitare un istante in più ad averne uno, oppure – se già lo possiedi – ad alimentarlo in modo più convinto e sereno.Potrei davvero soffermarmi su molti aspetti.Ma ne scelgo soltanto due.Due aspetti che, se compresi, non possono che rappresentare un incentivo enorme ad andare in questa direzione.Sei pronto? E allora forza, partiamo.Il primo punto di attenzione riguarda un tema che avrai sentito più o meno distrattamente chissà quante volte, ma che forse nessuno ti ha mai spiegato bene: la fiscalità agevolata dei fondi pensione.Vediamo se riesco nell’arduo compito di descriverti in modo al tempo stesso semplice ed esauriente come funziona.Se ci pensi un attimo, il denaro che dedichi al fondo pensione attraversa tre fasi distinte: viene prima versato, poi rimane investito e infine viene utilizzato.Ebbene, ho una cosa importante da dirti. In ciascuna di queste fasi ci sono dei vantaggi fiscali che ti aspettano. Anzitutto, l’importo che versi è interamente deducibile fino a 5.164 euro l’anno (sì, corrispondono a dieci milioni di lire, il legislatore è ancora un po’ nostalgico nei confronti del vecchio conio).Questo significa, semplificando, che, se hai un reddito di 40.000 euro lordi e versi 5.000 euro al tuo fondo pensione pagherai imposte su 35.000 euro. E visto che la percentuale IRPEF su questa fascia di reddito è del 35%, è come trovarsi in tasca 5.000 x 35% = 1.750 euro in più.Uno stipendio in più, una sorta di quattordicesima. Ogni anno. Non male, vero?Una volta nel fondo, il denaro lavora per te. È investito nei mercati finanziari, dove il rendimento che produce viene chiaramente tassato, ma comunque meno di quanto accade negli investimenti tradizionali: il 20%, piuttosto che il 26%.E se ti sembra tanto rispetto al 12,5% che viene applicato sui profitti derivanti da BTP e altri titoli di stato, sappi che anche nei fondi pensione funziona allo stesso modo, se il denaro è investito in questi strumenti. Quindi, per farla semplice, stessa aliquota fiscale sui titoli di stato e aliquota più bassa su tutto il resto.Infine, quando un giorno chiederai di avere indietro il tuo risparmio previdenziale perché finalmente sei andato in pensione, anche in questo caso la tassazione sarà favorevole.Il gruzzolo finale, infatti, viene tassato al 15%. Tuttavia, se nel fondo pensione ci sei rimasto a lungo (oltre 15 anni), l’aliquota scende fino ad un minimo del 9%.Se sei un lavoratore dipendente, fai un rapido confronto tra questa fiscalità e quella applicata al tuo TFR custodito in azienda: in quest’ultimo caso lo Stato ti chiede un dazio molto più salato, che in molte occasioni può superare il 30%.Ricapitolando: quando versi hai credito fiscale che finisce dritto sul tuo conto corrente, sotto forma di rimborso nella dichiarazione dei redditi. Quando investi, il rendimento che il fondo genera subisce una tassazione mediamente più bassa di quella applicata negli investimenti tradizionali. E in sede di prestazione finale, il pedaggio richiesto è nettamente inferiore rispetto a quello applicato in genere alle più classiche forme di liquidazione pensionistica (TFR).Ti sembra ora più chiaro, il profilo fiscale dei fondi pensione?E soprattutto, lo trovi sufficientemente attraente?Dovrebbe esserlo, ma se così non fosse allora lascia che passi al secondo aspetto che sarà in grado di migliorare il tuo benessere previdenziale.Ancor più del primo. Già, perché pagare meno tasse piace a tutti, ma c’è qualcosa che fa i tuoi interessi più degli euro che non devi versare al Fisco.Sto parlando di una caratteristica tipica dei fondi pensione: il vincolo.No, non sono impazzito (non ancora, almeno).Lo so che questa parola ha un sapore

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Quale pensione ti darà la tua Cassa?

In una delle sue più celebri battute, il comico Alessandro Siani dice: “Hanno alzato talmente tanto l’età pensionabile che per andare in pensione non ci vuole la terza età, ci vuole la reincarnazione!”Diciamoci la verità: in Italia eravamo abituati bene.Troppo bene.Perché fino ai primi anni Ottanta, si poteva andare in pensione poco più che cinquantenni.Un traguardo del quale andare poco fieri, raggiunto “grazie” a tante leggi accomodanti che consentivano di uscire dal mondo del lavoro ancora giovanissimi e che hanno fatto la felicità di chi le ha sfruttate, ma non di certo dei conti pubblici né delle generazioni a venire. E così, il conto alla fine è arrivato. Lo sta saldando in parte chi lavora, e lo farà in misura maggiore chi deve ancora iniziare. Come?In due modi, sostanzialmente.Il primo: andando in pensione più tardi, come ricordava anche la citazione con cui ho iniziato.Il secondo: andando in pensione con meno.Questa situazione vale per molte categorie professionali, ma per alcune…di più.Ti voglio fare un breve riassunto dell’enorme mole di dati che la Ragioneria Generale dello Stato riporta ogni anno in un rapporto dedicato al Welfare e alla previdenza. Sono tanto importanti quanto noiosi, quindi lascia che ti faccia una sintesi.Secondo le proiezioni ufficiali, nei prossimi anni dobbiamo aspettarci che:-I lavoratori dipendenti vadano in pensione con un assegno che dovrebbe aggirarsi intorno al 60% rispetto all’ultimo stipendio (questo rapporto, in gergo, si chiama “tasso di sostituzione”);-I lavoratori autonomi (in particolare commercianti, artigiani e agricoltori) smettano di lavorare con una pensione ancora più bassa, pari a circa il 45/50% rispetto all’ultimo reddito;-Per entrambe queste categorie, l’età di pensionamento attualmente pari a 67 anni continui progressivamente ad innalzarsi, sulla base delle aspettative di vita.Come dici? Trovi il quadro abbastanza deprimente?Purtroppo, non ho finito, è che sto procedendo per gradi perché mi piacerebbe che tu arrivassi fino in fondo a questo articolo.C’è infatti una particolare categoria di lavoratori autonomi che si guadagnerà la pensione ancora più tardi e con importi ancora più bassi.Sto parlando dei liberi professionisti.I numeri dicono che, per questa platea, le porte del pensionamento si apriranno anche a 70 anni. Con assegni riconosciuti dalla propria Cassa di appartenenza fino al 30% dell’ultimo reddito dichiarato. Non 60%, non 50%. Ma 30%. Forse sono dati che già conoscevi. O forse no.In ogni caso, se sei un farmacista, un commercialista, un architetto, uno psicologo, continua a leggere.Se rientri in queste categorie professionali, accertati di sapere davvero come stanno le cose.Non voglio fartela troppo complicata, ma affinché tu capisca i motivi alla base di questa apparente contraddizione – che vedrà professionisti rinomati fare sempre più i conti con assegni non altrettanto prestigiosi, per usare un eufemismo – devo fare un passo indietro.Nel 2011, tutti ricordano la riforma Fornero per gli esodati e i sacrifici richiesti a milioni di lavoratori. Pochi però sanno che quella riforma impattò in modo significativo anche sugli Enti di Previdenza dei liberi professionisti, le cosiddette Casse.Senza entrare in inutili ed eccessivi dettagli tecnici, devi sapere che da allora le Casse devono rispettare requisiti patrimoniali estremamente stringenti.In altre parole, lo Stato ha chiesto loro di rafforzare la propria solidità negli anni a venire.Da un lato questo è senz’altro un bene, perché aumenta le probabilità che i liberi professionisti possano avere Enti di Previdenza più sani, forti e in grado di camminare sulle proprie gambe, senza aiuti esterni. Dall’altro lato, tuttavia, il rafforzamento patrimoniale passa dalle due condizioni che ho citato prima: lavorare più a lungo e pagare pensioni meno generose rispetto al passato.Soprattutto la seconda.E così, negli ultimi 15 anni, molte Casse hanno modificato il meccanismo di calcolo della pensione dei propri iscritti, passando dal vecchio metodo retributivo al più sostenibile ma meno generoso metodo contributivo.Il che significa che la tua pensione dipenderà dalla quantità di contributi che hai versato in tutta la tua carriera.E qua sta il vero nocciolo della questione. Ti sei mai chiesto quanti contributi versi alla tua Cassa per la tua pensione? Probabilmente, d’istinto, potresti rispondere “tanti”.Proprio in questo momento, infatti, ti stanno passando davanti agli occhi tutti gli F24 che con elvetica puntualità ti tocca versare e che ti svuotano il conto.In realtà, se ci pensi bene, non sono affatto così tanti. Anzi, sono decisamente pochi.Pensa che un dipendente lascia all’INPS il 33% del suo reddito annuo lordo.Un commerciante o un artigiano, il 24% circa.Un libero professionista, molto meno.Alcune Casse fanno versare ai propri iscritti il 15%, altre il 18%, altre ancora appena il 10% o il 12%.Ora, ti chiedo: se un dipendente che versa un terzo del proprio reddito vedrà già una consistente riduzione della propria pensione rispetto agli standard del passato, quale potrà mai essere lo scenario atteso per un professionista che versa il 10% o poco più di quanto produce?Alla luce di questi dati, ti è chiaro perché la tua Cassa ti pagherà una pensione estremamente povera, se confrontata a quanto guadagnavi in precedenza?Adesso fermati un attimo a riflettere su di te.Pensa agli anni dell’università, agli sforzi che hai profuso per costruire la tua professione e per conquistare clienti, a quanto è stata dura arrivare a certi traguardi.Insomma, pensa alla fatica che hai fatto e che ancora farai per regalare a te e alle persone per te più importanti una certa serenità economica.Già, ma questa serenità…Come pensi possa essere mantenuta, quando smetterai di lavorare e le entrate alle quali ti sei abituato non ci saranno più?Quanto conta, per te, che la terza età diventi davvero quel periodo in cui potrai goderti riposo, passioni, famiglia ed amici?Perché diciamoci le cose in modo chiaro, alla faccia dell’ipocrisia: I soldi non garantiscono la felicità, ma la loro assenza ne complica molto il raggiungimento. Sono certo di poterti aiutare a costruire quella serenità e quel benessere previdenziale che ti sei meritato ma che non ti sei ancora conquistato, a causa delle trasformazioni che stiamo attraversando e che ho cercato di descriverti.Insieme potremo capire meglio quali prestazioni ti riserverà il tuo ente previdenziale.Le Casse non sono tutte uguali, al contrario ciascuna si contraddistingue per caratteristiche proprie che vanno studiate,

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La guida definitiva che devi conoscere per aumentare la tua pensione in 3 semplici passi

Anche per te finire in pensione senza soldi sembra essere più spaventoso della morte o quasi?No, ti assicuro che non è un’esagerazione: secondo i dati di una recente ricerca condotta da Allianz, ben il 61% degli americani ha affermato di avere più paura di rimanere senza soldi che della morte stessa.E il 51% teme le spese mediche che dovrà affrontare durante la vecchiaia.In Italia ci sono sondaggi simili nei quali i nostri concittadini confermano di avere più o meno le stesse preoccupazioni: non avere abbastanza denaro per vivere, ammalarsi e non essere più autosufficienti.Insomma, se ti capita di fare questi pensieri pensando alla terza e quarta età, sei in buona compagnia.E magari, nei confronti di questo argomento hai un atteggiamento remissivo, quasi rassegnato. Pensi che non ci sia nulla da fare. “Sarà quel che sarà. Non posso cambiare le leggi o le decisioni del Governo. Non decido io.”Ma ho una buona notizia per te.In realtà, esistono 3 semplici passi che puoi fare fin da subito e che ti consentiranno di costruire un futuro nettamente migliore di quello che ti aspetti.Dipende solo da te: se continuerai a tenere la testa sotto la sabbia e aspettare, sperando che le cose miglioreranno da sole, i problemi e le preoccupazioni non spariranno.Anzi…La pensione è come la muffa: puoi ignorarla, ma il problema crescerà sempre di più fino a invadere tutta la tua vita.Lo Stato non verrà a salvarti e non aumenterà la tua pensione nel prossimo futuro. Ad aumentare saranno piuttosto i costi per i beni e i servizi che dovremo utilizzare, a fronte dei quali potresti non avere a disposizione risorse sufficienti.Per questo, se vuoi dormire sonni tranquilli, segui questi 3 passi che ho imparato durante i miei anni di esperienza come consulente finanziario a fianco delle famiglie.Il primo passo da fare è questo:   Prendi atto di quanta pensione NON avrai.     Devi essere consapevole del fatto che le pensioni percepite da chi ha già lasciato o sta lasciando il mondo del lavoro sono ancora molto più alte di quelle che verranno pagate nei prossimi anni.Probabilmente hai sentito qualche familiare affermare che “l’INPS mi da una pensione quasi uguale a quanto prendevo quando lavoravo, dov’è il problema?”In effetti, i vecchi meccanismi prevedevano proprio questo: una pensione che arrivava fino all’80% del reddito percepito durante gli anni di lavoro.Ebbene, il problema è molto semplice: non sarà più così.Le pensioni verranno calcolate esclusivamente sulla base dei contributi versati nel corso degli anni.Più contributi, più pensione.Meno contributi, meno pensione.Ma i contributi non sono uguali per tutti i lavoratori; anzi, ci sono differenze importanti.Se sei un lavoratore dipendente o un autonomo, se sei un imprenditore o un libero professionista, non paghi gli stessi contributi. E, a parità di reddito, non avrai la stessa pensione.Pertanto, la prima cosa da fare è capire a quale scenario si va incontro, a seconda della propria posizione professionale, prendendo atto di quanto scenderà la pensione pagata dallo Stato.Che non sarà più dell’80% rispetto all’ultimo reddito da lavoro.Ma che oscillerà, a seconda delle situazioni e delle professioni, tra il 30% e il 60% di quanto guadagnavi prima.Una volta che questo ti è chiaro dovresti ragionare su un altro, importantissimo, aspetto.   Individuare progetti, desideri e bisogni.   Per poter lasciare il lavoro con una pensione soddisfacente, prima di tutto devi sapere quanta te ne servirà.Per capirlo, non basta prendere atto, come ti ho scritto fino ad ora, di quale assegno ti riconoscerà lo Stato sulla base dei contributi versati. Occorre anche ragionare sul tenore di vita desiderato e sulle possibili esigenze che, volenti o nolenti, si presenteranno nella terza e quarta età.Partiamo dalle cose più gradevoli: che tipo di vita ti aspetti di fare, da grande?Se ci pensi, i pensionati di un tempo avevano uno stile di vita molto diverso dai pensionati di oggi: una volta i nostri nonni conducevano una vita ritirata, passavano il tempo con i nipoti e in famiglia e non andavano mai in vacanza.Oggi i pensionati sono ancora giovani, in salute e se la godono: frequentano teatri e cinema, viaggiano, spendono per coltivare i propri hobby e si divertono con gli amici fra ristoranti, fiere e degustazioni.   Se questo è il futuro che sogni anche tu, allora è arrivato il momento di pianificare per realizzarlo.   Se non ti prepari adesso per il tuo futuro, decidendo cos’è importante per te, il controllo della tua vita ti sfuggirà dalle mani.È arrivato il momento di scrivere nero su bianco una lista di obiettivi per il futuro: immagina la tua vita quando appenderai la cravatta o il tailleur al chiodo.Come spenderai il tuo tempo libero?Quale attività impegneranno le tue giornate?Viaggerai?Intraprenderai nuovi hobby?Ci sono dei progetti o sogni nel cassetto che vorresti realizzare?Ci sono acquisti ai quali non vuoi rinunciare?Un’auto d’epoca? Una villetta in campagna? Una moto?Dove vivrai? Sei mesi in Italia e sei mesi all’estero? In una casa al mare in affitto?Oppure, vuoi comprare una casa in montagna dove ritirarti per stare in pace?Chiaramente, non tutto quello che vorremmo si traduce necessariamente in realtà.Ti ho già detto di quanto le persone temano in generale i tipici problemi legati alla vecchiaia e il doverli fronteggiare senza adeguate risorse finanziarie.E in effetti, ogni età ha i propri bisogni.Quando si entra nella cosiddetta “Silver Age”, l’età dai capelli d’argento, è più probabile andare incontro a spese sanitarie e, più avanti ancora, a problemi legati alla non autosufficienza.Sono certo tu sappia benissimo che tutto questo ha un costo da sostenere, di cui lo Stato si farà sempre meno carico.Già oggi, ad esempio, la maggior parte degli Over 65 si rivolge alla sanità privata per fare visite ed esami, sobbarcandosi una spesa media di circa 2.000 euro l’anno.Se ti sembra tanto, pensa che questa stessa somma diventa mensile, e non annuale, se c’è bisogno di un’assistenza professionale per una persona non autosufficiente. Anzi, l’importo può essere anche sensibilmente superiore se ci si rivolge a strutture residenziali apposite.Ti sembra tutto tremendamente difficile e complicato da risolvere?Sappi che non lo è.Certo, la pensione non può

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Sai quanto rendono i contributi che versi all’INPS per la tua pensione?

Chissà quante volte ti sarà capitato sottomano l’estratto del tuo portafoglio dal quale avrai osservato, più o meno soddisfatto, i rendimenti di ciascun investimento.È un’abitudine del tutto naturale, spesso istintiva, che ti consente di monitorare le decisioni prese ed eventualmente rettificarle, laddove non si rivelassero profittevoli.In fin dei conti, ti ripeti, per investire si fanno molti sacrifici e queste rinunce devono essere ricompensate.Hai perfettamente ragione: ogni euro non speso e messo da parte dovrebbe crescere al passare del tempo. Se così non fosse, sarebbe legittimo trovare alternative diverse.Proprio per questo, voglio farti una domanda: hai idea di quanto rendano i contributi previdenziali che sei obbligato a versare ogni anno all’INPS?Forse non lo sai, ma sono una parte molto significativa del tuo reddito lordo.Se sei un lavoratore dipendente, per ogni 100 euro che guadagni se ne vanno 33 in contributi.Se sei un lavoratore autonomo, ad esempio un artigiano, un commerciante o un imprenditore, per ogni 100 euro che guadagni se ne vanno circa 25 in contributi.In altre parole, fino a un terzo del tuo reddito lo devi all’INPS.Non si tratta dunque di qualche centinaio di euro, ma di svariate migliaia di euro che ogni anno sei costretto a versare e che, al termine della tua carriera, verranno trasformati in pensione.Diventa quindi più che legittimo farsi una domanda molto precisa:Questi soldi, di cui ti privi per 30 o 40 anni, quanto rendono?Ebbene, la risposta non è delle più immediate ma provo a semplificare. Devi sapere che questi soldi non finiscono in obbligazioni, azioni o qualche altro mercato finanziario.Questi soldi vengono immediatamente utilizzati dall’INPS per pagare le pensioni di chi ha smesso di lavorare.I contributi che versi, pertanto, non confluiscono in un salvadanaio intestato a te. O meglio, lo fanno in modo virtuale ma non effettivo: quando sarà il tuo turno, infatti, saranno gli altri lavoratori che ti pagheranno la pensione con i loro contributi.Si tratta di un investimento un po’ particolare, dunque, perché l’utilizzo di queste risorse è immediato e non c’è il tempo di farli crescere grazie al contributo dei mercati finanziari.Ecco perché il rendimento che lo Stato ti riconosce su questi versamenti è determinato per legge e, nello specifico, è collegato all’andamento della crescita economica dell’Italia.In pratica, se il PIL (Prodotto Interno Lordo) cresce tanto, i tuoi contributi si rivalutano tanto. Se cresce poco, i tuoi contributi si rivalutano poco.Immagino tu sappia che, da molti anni ormai, il nostro Paese non è più quella locomotiva che si era affermata nel Secondo Dopoguerra.Da troppo tempo, infatti, l’Italia cresce poco. Troppo poco. E, con essa, fanno la stessa cosa i contributi che determineranno la tua pensione futura.Mettiamo sul piatto qualche numero, per capirci meglio.Negli ultimi 15 anni, il rendimento medio riconosciuto sui versamenti contributivi effettuati all’INPS è stato pari a circa l’1,20% su base annua.Un tasso molto modesto, soprattutto se confrontato con l’enorme valore generato da alcuni mercati finanziari, in particolare dal mercato azionario globale.Un tasso ancora più modesto, se si tiene conto – come sempre si dovrebbe fare – dell’inflazione che, nello stesso periodo, è stata mediamente di circa il 2% all’anno.Quindi il rendimento vero, effettivo, reale dei tuoi versamenti previdenziali è stato negativo.Detto in altre parole, il meccanismo stabilito dallo Stato sui tuoi contributi pensionistici non ha garantito il mantenimento del tuo potere d’acquisto, né potrà farlo in futuro. Nemmeno su un investimento di lunghissimo termine come questo.Lo so, fin qui non ti sto dando buone notizie.Anche perché potresti dirmi che non c’è niente da fare: non puoi mica cambiare investimento, come invece potresti fare in altre circostanze.Questi versamenti sono obbligatori, non puoi destinarli a qualche soluzione più redditizia, sei costretto a darli all’INPS perché con quelli lo Stato ci paga le pensioni di oggi. Punto e basta.E in effetti è tutto vero: che tu sia dipendente o autonomo, sei chiamato ad assolvere a quest’obbligo e non puoi indirizzare altrove i tuoi contributi.Eppure, nonostante ti sembra di essere finito in un vicolo cieco, voglio finalmente darti una buona notizia: la via d’uscita c’è.C’è qualcosa che puoi fare. Anzi, c’è molto che puoi fare.La prima, indispensabile cosa da fare è maturare la consapevolezza che il rendimento riconosciuto sui tuoi versamenti contributivi non può essere sufficiente per generare la pensione di cui avrai bisogno più avanti. Devi convincerti del fatto che quel rendimento devi cercarlo altrove. Devi convincerti del fatto che ai versamenti obbligatori che ogni anno fai all’INPS devi affiancarne altri.Se vuoi davvero iniziare a costruire una pensione in linea con il tenore di vita che desideri, devi destinare parte dei tuoi risparmi unicamente a questo obiettivo.E qui arriva la seconda e altrettanto indispensabile cosa da fare: valutare, insieme al tuo consulente finanziario, quante risorse puoi dedicare a questa esigenza e capire il valore che può darti il corretto investimento di questi risparmi.È davvero fondamentale capire che posizionare le tue risorse su un mercato, piuttosto che su un altro, può fare una enorme differenza. Specie per un’esigenza di così lungo termine, nella quale il tempo produce risultati sorprendenti.Ti faccio un esempio.Negli ultimi 10 anni, se tu avessi scelto di investire risparmi aggiuntivi da dedicare alla pensione sui mercati obbligazionari, avresti ottenuto un rendimento molto simile a quello che lo Stato riconosce sui contributi obbligatori versati all’INPS. Poco più dell’1% all’anno.Ma se a questi mercati tu avessi preferito quelli azionari, il rendimento sarebbe stato di quasi quattro volte tanto. 4,5% contro 1,2%.Hai idea di cosa significhi, nel tempo, questa differenza di rendimento?Te lo dico subito.Immagina di poter investire 3.000 euro all’anno in uno strumento finanziario che andrà ad integrare la tua pensione (quello che si chiama, appunto, “fondo pensione”).Farlo per 30 anni sul mercato obbligazionario ti consentirebbe, ai rendimenti che ti ho citato poco fa, di raggiungere una somma di circa 107.000 euro.Farlo per lo stesso periodo sul mercato azionario ti consentirebbe invece di generare una somma finale di circa 183.000 euro. Il 70% in più.Senza investire un euro in più,la sola scelta del mercato più adatto determina il 70% in più. Ti sembra incredibile, ma è esattamente questo quello che

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L’opportunità nascosta, di cui nessuno ti ha mai parlato, su come sfruttare il tuo TFR per aumentare la tua pensione

“I miei colleghi e i miei amici hanno lasciato il TFR in azienda.I miei genitori hanno fatto lo stesso.Perché io dovrei fare diversamente?”Probabilmente, quando pensi alla pensione, senti anche tu una voce dentro di te mentre ti dice che quello che prenderai non basterà per goderti il meritato riposo, viaggiando, dedicandoti ai tuoi hobby e realizzando i tuoi progetti nel cassetto.Eppure, esistono diverse soluzioni che possono aiutarti a far sparire quella sensazione di frustrazione e a farti lasciare il lavoro con una pensione soddisfacente.Una di queste azioni è la gestione del TFR, ovvero il gruzzoletto che il tuo datore di lavoro mette da parte per te ogni anno e che riceverai alla fine della tua carriera.In Italia, il 75% dei lavoratori dipendenti preferisce lasciare che sia l’azienda ad occuparsi del TFR perché sembra la strategia più confortevole, oltre che essere la più semplice.Quindi, se pensi anche tu che lasciare il TFR in azienda sia la scelta giusta è perché questa abitudine si è radicata nella nostra società ed è stata trasmessa di generazione in generazione.Ma se tutti prendono la stessa decisione, non significa che sia la scelta migliore.Questa abitudine, infatti, nasconde delle trappole che solo gli addetti ai lavori possono conoscere.Oggi scoprirai…Quali sono queste trappole e con quali strategie potrai evitarle.Come afferrare al volo l’opportunità di sfruttare il tuo TFR per aumentare la tua pensione e goderti il meritato periodo nel migliore dei modi. La prima trappola da evitare: le tasse Quando le persone decidono di tenere il TFR in azienda si dimenticano di un fattore importante: le imposte da pagare.La fiscalità può trasformare il tuo sogno in un incubo.Devi sapere che il TFR, acronimo per Trattamento di Fine Rapporto, è un accantonamento annuale pari al 6,91% del tuo reddito lordo, valido per tutti i lavoratori dipendenti.Quindi, se hai un reddito di 40.000 mila euro, il tuo TFR di quest’anno sarà di 2.764 euro.Se lasci questa somma in azienda, è il Codice Civile a stabilire le regole del gioco.Se ad esempio ti stai domandando quanto rende il tuo TFR lasciato presso il datore di lavoro, devi sapere che la legge prevede un interesse minimo annuo dell’1,5%, al quale si aggiunge una parte variabile che dipende dall’inflazione.Quindi, in sostanza, tanto più i prezzi aumentano tanto più ottieni in termini di rendimento.Ti sembra una buona cosa? Ti suggerisco di leggere fino in fondo, per farti un’idea davvero precisa.Torniamo al tuo TFR in azienda: ricorda, i soldi accantonati sono lordi.Alla fine, infatti, la tua liquidazione subirà una tassazione: sui rendimenti (pari al 17%), ma soprattutto sull’accantonamento.L’agenzia delle entrate è come un controllore che ti fa salire sul treno della pensione solo se gli dai una percentuale della tua liquidazione.Questa percentuale non è semplicissima da calcolare, ma per semplificare posso dirti che in media si aggira intorno al 30%.Più alto è il tuo reddito, maggiore è il pedaggio da riconoscere allo Stato.Lo so, è una percentuale estremamente alta, che in molti casi ti porta via un terzo o anche più di quello che ti è dovuto: è questa la tassa che divorerà parte della tua pensione.Per fortuna, esiste un modo per evitare un fardello fiscale così pesante, e tra poco te lo spiego.Ma prima voglio mostrarti la seconda trappola che ti aspetta lasciando il TFR in azienda… La seconda trappola: rimani tanto (troppo) vincolato Quando decidi di lasciare il TFR in azienda, stai anche rinunciando a parte della tua libertà.Ad esempio…Cosa succede se volessi o dovessi usufruire del tuo accantonamento prima di andare in pensione?Lasciando il tuo TFR in azienda, potrai chiederne un anticipo solo una volta e solo per spese mediche straordinarie, congedi parentali o acquisto e ristrutturazione di una casa.Ma attento!Il datore di lavoro non è tenuto a darti questo anticipo, soprattutto se ha già accontentato altri tuoi colleghi, raggiungendo il limite di obbligatorietà pari al 4% del numero totale dei dipendenti.Non solo: in un’azienda con meno di 25 dipendenti non hai la certezza di poter avere questo anticipo.Lasciare il TFR in azienda, quindi, è un rischio che t’impedisce di poter scegliere cosa fare con i tuoi soldi per affrontare gli ostacoli della vita e per realizzare i tuoi progetti futuri.Prima di mostrarti uno strumento più flessibile che ti darà la possibilità di ottenere una pensione migliore, ecco la terza trappola… La terza trappola: non sfruttare il fattore “tempo” per far crescere il tuo TFR Potresti sfruttare la leva finanziaria del tempo per far crescere il tuo TFR così che quando andrai in pensione avrai a disposizione più soldi per goderti il tempo libero senza preoccupazioni.Purtroppo, il TFR lasciato in azienda è come una pianta posizionata nell’angolo buio di una stanza: non cresce, se non lentamente e con bassi profitti.Come hai letto qualche riga fa, il tuo TFR ogni anno matura degli interessi e viene aumentato a seconda del tasso d’inflazione.Più è alta l’inflazione, più il tuo TFR aumenterà.Ottima notizia, vero?In realtà, come ti dicevo prima, lo è solo in parte… C’è un modo per far salire questo TFR ancora di più, battendo sempre l’inflazione… Questo strumento non solo farà aumentare il tuo TFR anno dopo anno, ma eviterà di penalizzarti fiscalmente e ti darà maggiore flessibilità nell’utilizzo delle risorse accantonate.Sto parlando dello strumento che ancora pochi conoscono, ma che può migliorare il tuo futuro da pensionato e darti la sicurezza che oggi non hai: il fondo pensione.Per il tuo TFR, puoi scegliere questa destinazione alternativa rispetto a quella rappresentata dal tuo datore di lavoro.Ma perché i fondi pensione rappresentano la soluzione migliore?Semplice: perché ti consentono di evitare gran parte delle trappole che ti ho finora descritto.Prima trappola, le tasse.Dicevo che, in media, sul gruzzolo lasciato in azienda dovrai riconoscere allo Stato il 30% se non più di imposte.Lo sapevi che, nel fondo pensione, quello stesso importo subisce una tassazione almeno dimezzata?No, non hai letto male: almeno dimezzata.Nella peggiore delle ipotesi, infatti, l’aliquota applicata al tuo TFR nel fondo pensione è pari al 15%. Ma se ci rimani per molti anni, questa aliquota si abbassa fino al 9%.Pensaci bene: se tu,

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